Le foto scattate dopo le tragedie del mare sembrano tutte uguali: ci sono gli uomini della Guardia Costiera che tendono le mani a chi scende dalla motovedetta, i superstiti infreddoliti avvolti nelle coperte isotermiche color oro ed argento e le orrende file di sacchi di plastica allineati sul molo del porto di Lampedusa. Ogni volta è come se sfogliassimo lo stesso triste archivio di repertorio. Nessuna di quelle immagini è capace però di raccontarci la scomoda verità che precede i naufragi, ultimo ma non unico rischio a cui vanno incontro i rifugiati. E’ una mappa di atrocità che rimane impressa nelle loro biografie, lunga quanto è lungo un percorso che passa per tre continenti e che fa tappa  “forzata” in Libia.

I soccorsi

In questi primi quaranta giorni del 2015 il numero dei dispersi in mare (oltre 300) ha già superato di venticinque volte quello dei primi due mesi dello scorso anno, quando furono 12. Ma per una cifra veritiera dovremmo spingerci oltre e contare i decessi nel deserto africano, nelle montagne del Sinai o nei campi profughi del Libano, dove le statistiche non riescono ad arrivare. Perché è lì, ben prima che nel Mar Mediterraneo che i confini (e gli accordi bilaterali) iniziano ad avere i loro effetti.

Nelle scorse ore intanto sono ripresi gli sbarchi nel Canale di Sicilia. 275 persone sono arrivate a Pozzallo, dodici imbarcazioni con a bordo 2.416 persone sono state invece intercettate al largo di Lampedusa e probabilmente a breve dovremo essere attrezzati per recuperarne altre. Ma Triton, l’operazione di Frontex iniziata tra le polemiche per la chiusura di Mare Nostrum, non è stata pensata per effettuare soccorsi e non ha neppure la consegna di coprire i 43.000 km quadrati battuti un tempo dalla Marina Militare, che si spingeva a volte fino a 12 miglia marittime dalle coste libiche. Così le intercettazioni dei natanti alla deriva è tornato ad essere un evento eccezionale.

I 3.400 morti registrati nel 2014, quando ancora Mare Nostrum era operativa, insieme ai 22.000 di questi vent’anni, ci sconsigliano di circoscrivere però il dibattito al tema, pur importante, dei salvataggi. Sembra averlo capito anche il premier Renzi che ha subito spostato la discussione sulla necessità di un intervento in Libia. Secondo il premier è necessaria una forte azione diplomatica per riunire in un governo di unità nazionale le fazioni che si combattono e costruire un’alleanza contro la minaccia dei sostenitori del Califfato. La partita ora passa nelle mani del Consiglio di Sicurezza dell’Onu.

La Libia

L’altra sponda del Mediterraneo è nel caos. Le forze jihadiste controllano gran parte dei territori nel nord del Paese, da Derna a Sirte. Il governo di Tobruk, l’unico riconosciuto internazionalmente, non smette di combattere contro i gruppi vicini ai Fratelli Musulmani che invece hanno in mano Tripoli e da questa diatriba sono proprio le forze dello Stato Islamico (diverse dai Fratelli Musulmani) a trarre benefici. Negli ultimi due giorni però una pesante serie di raid dell’Egitto, partiti dopo l’uccisione di 21 ostaggi egiziani catturati dagli jihadisti, hanno messo a dura prova l’Is; sempre negli scorsi giorni alcune motovedette italiane sono finite sotto i colpi dei miliziani sparati dalla costa.

Le testimonianze dirette dei superstiti del naufragio raccontano anch’esse di violenze e brutalità. I migranti, ascoltati da Giovanna Di Benedetto, portavoce di Save the children, dicono di aver raggiunto qualche mese fa un campo di raccolta allestito nella periferia di Tripolii dai combattenti. Alcuni di loro erano in Libia da anni, altri giusto il tempo di racimolare il denaro utile per partire. Nel campo hanno atteso a lungo, fino a sabato scorso quando sotto, la minaccia dei fucili, sono stati fatti salpare verso l’Italia nonostante il mare in burrasca.

Nessuna delle notizie che arrivano dall’altra sponda del Mediterraneo riesce però a spiegare fino in fondo le vere ragioni di quelle partenze. Solo pochi mesi fa l’Unhcr aveva lanciato l’allarme per la situazione di migliaia di persone provenienti da altri paesi intrappolate nelle zone del conflitto libico e sottoposte a pesanti violazioni dei diritti. L’appello perché fossero messe in condizione di lasciare la Libia rimane però tuttora inascoltato.

Fin dai tempi di Gheddafi la Libia è uno dei paesi di transito per eccellenza nei percorsi dei migranti in fuga. Si tratta di uno snodo, un crocevia a cui si approda per ripartire, divenuto “tappa forzata” per un motivo piuttosto semplice: le altre strade sono sbarrate. E’ per questo, per esempio, che migliaia di siriani seguono un percorso innaturale che, da molto lontano, li porta a farsi ingabbiare in territorio libico. Per evitare i viaggi nel mare e le tragedie è quindi ben più in là, verso gli ostacoli e le violenze che i migranti incontrano prima di arrivare in Libia, che dovrebbe spingersi il nostro sguardo.

I mercanti di uomini

Lo scenario libico preoccupa per diverse ragioni. Le brutalità dei trafficanti non sono però una novità degli ultimi tempi. Da almeno un decennio gli spari verso le barche e le violenze contro i rifugiati sono realtà quotidiana. Il fatto che i profughi fossero nelle mani dei miliziani ci racconta semmai la capacità di chi dirige il traffico di uomini di stringere nuove alleanze per gestire il mercato. Chi controlla la costa governa un punto fondamentale della tratta. I miliziani hanno bisogno di denaro per finanziare l’acquisto di armi, così è a loro che è affidata l’ultima tappa dei viaggi verso l’Europa.

Gli attori di questo enorme “business del confine”, secondo solo a quello del traffico di droga, si dimostrano evidentemente più versatili di quanto vogliano raccontarci le agenzie europee per il controllo dell’immigrazione irregolare. Come ci dicono Musumeci e Di Nicola in “confessioni di un trafficante di uomini”, i vertici di queste organizzazioni non indossano la tuta mimetica e non impugnano pistole, ma sono affabili uomini d’affari. Sanno cooperare tra loro, muovono milioni di dollari tra Nairobi e Khartoum, Teheran e Tripoli ed esprimono un’enorme riconoscenza verso l’Italia ed i governi europei che, con la loro fissazione per il controllo dei confini, consentono di dare un prezzo salato alle speranze di migliaia di donne e uomini in fuga. Sanno bene di essere l’unico mezzo possibile per raggiungere l’Europa: Non si sono fermati prima e non hanno dunque alcun motivo per fermarsi ora di fronte ai naufragi, a un’eventuale ritrovata stabilità della Libia (pure auspicabile), a Frontex o a Mare Nostrum, alle reti di Melilla o al muro che separa la Turchia dalla Bulgaria. Certamente non lo faranno neppure davanti ai 500 arresti di scafisti annunciati a gran voce dal Ministero Alfano lo scorso dicembre, che hanno coinvolto per lo più migranti a cui era affidato il timone in cambio della traversata gratuita.

Spostamenti di confine

Gli stessi governi europei, Italia in testa, sono consapevoli che il problema dei morti in mare non si risolverà ristabilendo l’ordine in Libia. Da tempo la strategia passa attraverso il tentativo di spostare i dispositivi di contenimento dei movimenti migratori sempre più a sud. Si tratta di un progetto di esternalizzazione dei confini che viene da lontano e che ha ritrovato negli ultimi mesi un nuovo slancio con il processo di Khartoum. Insieme ai governi africani, quelli sanguinari di Eritrea e Sudan compresi, gli Stati europei stanno negoziando la costruzione di campi profughi nei Paesi di transito e di partenza in cui i migranti dovrebbero presentare le domande d’asilo in attesa di essere autorizzati a spostarsi in Europa. Ma non è una novità, come non sarebbe nuovo il fallimento di questo piano. L’Africa e il Medio-Oriente sono costellati da lungo tempo di luoghi di contenimento che ospitano milioni di profughi e sfollati. Sono zone di attesa infinita in cui spesso si riproducono le stesse condizioni che hanno spinto i migranti a fuggire. Per questo, questo appalto del diritto d’asilo non ha mai funzionato e non potrà funzionare se non riproducendo ulteriori violenze, confinamenti e nuovi motivi per fuggire.

L’Europa e il diritto d’asilo

Chiunque si ponga perciò il problema di fermare le partenze dalla Libia, a meno di non voler consegnare i migranti ad altre violazioni e altri soprusi, deve fare i conti con la realtà di ciò che avviene ben prima, quando un’ambasciata rifiuta un visto di ingresso o lo vende a caro prezzo, quando il massiccio dispiegamento di forze e risorse per controllare le frontiere dell’Europa incontra la strada dei migranti. Il tema è quello spinoso ma evidentemente inaggirabile della costruzione di percorsi di arrivo garantito, sicuro e immediato per chi fugge dai conflitti e dalle miserie. Il resto avrà al massimo il confortevole effetto di non sbatterci in faccia scomode verità.

Le sfide del nostro tempo impongono alcune scelte. Una di queste è tra la dismissione definitiva del diritto d’asilo o la ricerca di un suo rinnovato riconoscimento. Per ridare corpo a questo istituto, oggi trasformato in un mero esercizio di caritatevole umanitarismo, l’Europa ha però bisogno di risolvere senza timidezze una delle più grandi contraddizioni che porta con sé.

La promessa di essere garante universale e incondizionata dei diritti, su cui si è fondata dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, ha via via dovuto fare i conti con uno dei principi cardine su ha ancorato la sua esistenza: la protezione dei confini. Questa coabitazione sembra però sempre meno possibile. Nelle scorse settimane il nuovo governo di Syriza ha annunciato di voler abbattere le reti che impediscono l’ingresso di migliaia di migranti in fuga verso la Grecia. Al pari della forzatura dei parametri di rientro del debito, anche questo segnale è una sfida importante ad alcuni pilastri dell’Europa moderna. Ancora una volta il problema non è quale politica metterà in campo l’Europa per far fronte a questo mondo pieno di insidie, ma se e come riuscirà a rinnovare un suo nuovo patto costituente. Perché un’Europa che non sa mantenere le sue promesse rischia di non aver più senso di esistere.

@NGrigion

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