Quando hanno chiesto a Lilian Thuram  se aveva mai pensato di abbandonare il campo da gioco a causa dei cori razzisti, ha risposto: «Mai. Penso anzi che a uscire dal campo dovrebbero essere i compagni di squadra del giocatore coinvolto: sono loro che devono aiutare chi è vittima di cori razzisti, non farlo sarebbe omissione di soccorso. Quando un’intera squadra uscirà dal terreno di gioco, avremo fatto un bel passo avanti nella lotta al razzismo».

Impossibile non immaginare la meraviglia di un’intera squadra che se ne va. E di un giocatore che rimane in campo, simbolo di uguaglianza. Forse il segreto è lì. È nell’intera squadra che se ne va, in un rifiuto che diventa “collettivo”. Nel giorno in cui Matteo Salvini, sostenuto da CasaPound, sceglie Roma per la sua manifestazione “Renzi a casa!” e fa salire sul suo palco Giorgia Meloni, i tedeschi di Pegida, i francesi del Bloc identitaire e tanta altra destra, Left mette in copertina un calciatore. Un calciatore che ha scritto un libro dal titolo Per l’uguaglianza e che ha scoperto di essere “nero” a nove anni, quando ultimo di cinque figli, è partito da Guadalupe e ha raggiunto la madre in Francia: «Giocavo a calcio per strada con altri bambini: portoghesi, pachistani, algerini, zairesi, c’era di tutto, le origini non importavano. Poi a scuola hanno cominciato a chiamarmi “Noiraude”, la mucca nera di un cartone animato, e ho scoperto di essere nero. Il razzismo comincia così, quando qualcuno ti dice “tu sei nero”».

Poi è diventato un campione. Anche della sua Nazionale, quella francese. Record di presenze e vincitore del Mondiale di Francia 1998, è convinto ancora oggi che «razzisti non si nasce, lo si diventa». È una costruzione sociale che si trasmette di generazione in generazione. Lo va ripetendo da anni, nei suoi libri e con la sua Fondazione: «Alla base del razzismo c’è il mancato riconoscimento del diverso come essere umano.

Salvini cerca consensi facendo passare il concetto che gli immigrati non sono esseri umani, non hanno i nostri stessi diritti. È un pensiero estremamente pericoloso, fonte d’ispirazione di tutte le forme di schiavitù e genocidio». L’uguaglianza ripete, «l’uguaglianza viene prima di tutto». Allora, in questa settimana, in cui Salvini ne ha sparate di pessime sui migranti, da “Lasciamoli in mare” a “Fermate i barconi, ci stiamo portando a casa l’Is”; la stessa in cui la Grecia è stata lasciata completamente sola da un’Europa, Italia e Francia incluse, che continua a imporre politiche di austerità e che, in questo anno, ha giudicato troppi 100 milioni di euro per Mare Nostrum, senza pensare che equivalevano a 2 caffè l’anno per ciascun italiano, noi ribadiamo il nostro No. Perché Thuram lo dice: «Violenza e paura sono ormai concetti politici: riconoscendole come tali rischiamo di cadere nella trappola.

La prima reazione – invece – dev’essere quella di capire il grado di difficoltà di certe persone nello sviluppo della libertà di pensiero: è da qui che bisogna partire, dal comprendere il tipo di educazione ricevuta e il pregresso personale». Parola di calciatore nero. E io, a volte, me lo chiedo, anche quando leggo certe battute veloci di Matteo Renzi (questa settimana ad esempio quella a Maurizio Landini), mi chiedo che tipo di educazione abbia ricevuto e che tipo di pregresso personale abbia. Cosa lo spinga, dall’alto del suo ruolo, a dire frasi di scherno come: «È il sindacato che ha abbandonato lui e non lui che abbandona il sindacato» o peggio ancora quando, tronfio, manda «abbracci a #gufi e #sorciverdi». Di una cosa sono certa però, che “quando un’intera squadra uscirà dal terreno di gioco di Renzi avremo fatto un bel passo avanti”. Verso un nuovo Umanesimo.

@ilariabonaccors

Commenti

commenti