«Quattrocento milioni di euro di dividendi. L’azienda pubblica che gestisce i cavi elettrici va a gonfie vele. Sbanca in Borsa. Ma arricchisce solo i privati». Iniziava così l’inchiesta di Manuele Bonaccorsi su Terna spa, la monopolista dell’industria elettrica italiana, apparsa su Left due anni fa. La borsa, gli investimenti e il mercato azionario, sono cose lontanissime dalla vita di tutti i giorni. In realtà, questo mercato entra nelle nostre case, passando attraverso i cavi elettrici, e si manifesta nelle nostre bollette nelle quali una percentuale fissa (circa il 4%) è dedicata.

Ci avete mai fatto caso? La trovate sotto la voce “dispacciamento”, il servizio che garantisce in ogni istante l’equilibrio fra la domanda e l’offerta, e “paga” il prezzo della trasmissione dell’energia. Si chiama “onere per la copertura del funzionamento di Terna” ed è deciso dall’Autorità per l’Energia Elettrica (arti- colo 46 della delibera 111/06 AEEG): per le sue attività Terna riceve una remunerazione in base ad un sistema tariffario stabilito. Un introito dovuto a percentuale sul nostro consumo a tasso fisso in bolletta, la cui somma annuale non è dato sapere. A cosa serve? A garantirci l’efficienza o quantomeno il regolare funzionamento della rete che illumina e riscalda case, uffici, scuole ed esercizi commerciali. Perché «il nostro compito è quello di assicurare alla collettività un servizio di interesse pubblico: la trasmissione di energia elettrica. Ci occupiamo della gestione, manutenzione e sviluppo della rete di trasmissione, nonché della gestione dei flussi di energia attraverso il sistema di dispacciamento». Parola di Terna, gestore del 98,5% di tutta la rete nazionale: 63.800 chilometri di cavi elettrici in alta tensione.

«Terna potenzia e rende sempre più efficiente e sicura la rete di trasmissione elettrica in Italia investendo anche in alta tecnologia, perché lo sviluppo della rete si traduce in un beneficio per la collettività», si legge sul sito. Già. Poi però, capita che in Appennino nevichi, qualcosa nei cavi si rompe e decine di migliaia di persone fra l’Emilia-Romagna e la Toscana restano senza luce né riscaldamento per 2, 4, 8 giorni. «Sono venuti giù dei tralicci», dicono, «si sono rotti dei cavi, vanno ripristinati», raccontano. I sindaci si mobilitano, chiamano, chiedono: «Dove i danni? A quando il ripristino?», ma niente da fare, Enel non sa dare risposte. Al punto che il prefetto di Reggio Emilia, esasperato dal silenzio, ha dovuto telefonare al numero verde. A raccontarlo è la consigliera regionale Silvia Prodi, particolarmente battagliera sul tema. I cittadini intanto restano al freddo e cresce un certo allarme: le strade sono bloccate, i negozi chiusi e la luce non torna.

Enel tace. E lentamente capiamo perché: non dipende da Enel, che ne detiene la “sola” responsabilità. Non la trasmissione o la manutenzione. Col decreto Bersani del 1999 venne sancita la liberalizzazione del mercato dell’energia elettrica attuando una divisione societaria della rete di trasmissione nazionale posseduta da Enel: è in quel momento che nasce Terna a cui viene affidata per l’appunto questo compito.

All’inizio l’ex monopolista controlla ancora la proprietà della rete dato che possiede la totalità delle azioni di questa nuova società, mentre la gestione operativa è affidata al Gestore della Rete di Trasmissione Nazionale (Grtn) che ha invece controllo pubblico. Nel 2004, con la quotazione in borsa, Terna diventa indipendente e assorbe le competenze del Grtn: di fatto diventa concessionaria e gestore della rete grazie alla sua controllata Telat. La corrente funziona come un liquido, un po’ come un fiume all’incontrario: una grossa massa di potenza che man mano che si allontana dalla fonte di produzione (le centrali di approvvigionamento come quella idroelettrica di Suviana, per esempio) si riduce capillarmente.

La corrente “risale” i cavi, dividendosi quando incontra i bivi della distribuzione. Questi cavi conduttori, le “catenarie”, sono strutture curve studiate per essere “sofferenti”, per reggere cioè condizioni di stress superiori a una nevicata o all’azione del vento. Sono cavi armati, che dovete immaginare come un grappolo a sua volta diviso in cavi più fini, in acciaio e alluminio, dal diametro complessivo di circa 2,8 cm, che si estendono per chilometri, e per l’appunto non tesi: non sono nemmeno fissati ai tralicci (la cui struttura è appositamente vuota per consentire il passaggio del vento) così possono oscillare o dilatarsi a secondo del clima. E difatti, i tralicci reggono, mentre i conduttori, tre per la precisione, si rompono. Come mai?

Sentito durante la commissione regionale convocata ad hoc il 16 febbraio, Paolo Paternò, responsabile operativo di Terna Rete Italia, tentando di spiegare le cause del disservizio ha voluto ribadire più volte come si sia trattato di un «evento meteorologico eccezionale». Ma qualcosa non torna: mai sotto gli otto gradi sotto zero e non più di 30 cm di neve in città con picchi di 90 cm solo in rare zone dell’Appennino portano 13 ore di fuori servizio e oltre 300 chilometri di rete disalimentati? Per la consigliera Prodi invece «l’unico aspetto straordinario dell’evento meteorologico sono le conseguenze che ha provocato, decisamente devastanti».

Nel febbraio del 2012 su tutta l’Emilia-Romagna si abbatterono precipitazioni nevose straordinarie, superiori persino ai record storici. A Bologna caddero 96 cm di neve: «Così tanta non la si vedeva da oltre cent’anni» come recita il sito della Regione. Venne chiuso l’aeroporto Marconi, si rinviò la partita di calcio con la Juventus ma nessuno, salvo pochi isolati casi, rimase senza luce, riscaldamento o acqua. Quindi cos’è successo questa volta di diverso? Il problema è la qualità della neve, «particolarmente bagnata», come ha precisato Paternò, e pesante: «è il killer delle aziende elettriche, la precipitazione nevosa aveva un elevato peso specifico, e ciò ha prodotto numerose cadute di alberi sulle linee elettriche», si è affrettato a aggiungere l’amministratore delegato di Enel distribuzioni, Gianluigi Fioriti, per quanto riguarda la “propria” parte della filiera.

Per i cavi ad alta tensione, i responsabili sarebbero i manicotti di neve (cilindri in ghiaccio che si avvolgono attorno ai conduttori), questa volta «12 volte superiori alla norma». Una classificazione che apre ad altri interrogativi: quale norma? Chi ha emesso la certificazione sulla base della quale i cavi e la loro resistenza (anche al freddo e al ghiaccio) vengono progettati e costruiti? Non è dato saperlo. Si può immaginare che i cavi siano costruiti tenendo presente un livello di stress ambientale inerente al contesto nel quale verranno inseriti, ma a Terna spa non sanno dircelo: «Se fa freddo è normale che qualcuno si rompa», spiega lo staff della comunicazione.

Sentito nuovamente da Left, Paternò conferma i «manicotti eccezionali» e la «umidità della neve», e ci dice che i disservizi sono stati causati dalla neve che aveva interrotto le strade: «Le strade bloccate dalla neve costituiscono una criticità poiché impediscono di raggiungere i tralicci o i conduttori dove è necessario intervenire». Cose che capitano, quando nevica. Di neve umida e manicotti inoltre si parlava già nel 2012 in una relazione presentata in Senato. «Una delle principali cause di guasto e di blackout invernale è quella da noi definita “neve collante” che è una specie di killer delle reti elettriche»: il rappresentante di Enel, Livio Gallo direttore infrastrutture e reti, usa addirittura le stesse parole usate l’altro giorno in commissione regionale. La spiegazione continua: «In queste condizioni la neve aderisce sul conduttore elettrico e si forma un “manicotto” che può avere anche uno spessore di 20-30 centimetri.

Naturalmente questo può causare dei forti pesi sulla rete, con una trazione meccanica molto forte e, in condizioni di vento e di maltempo, ciò provoca un disservizio sulla rete». Vero. Talmente tanto che: «È un fenomeno molto noto alle Ferrovie dello Stato che, anche in questo caso, hanno vissuto notevoli disagi dovuti a questo manicotto di neve». Insomma, la neve umida e i manicotti sono fenomeni conosciuti da anni, mentre non è dato sapere quale sia il limite sostenibile dei cavi. Con l’allerta neve preannunciata da giorni, si fa fatica a comprendere quale sia il fattore imprevisto che ha poi scatenato la nota sequela di disservizi. Soprattutto considerando che la formazione dei suddetti blocchi di ghiaccio è prevedibile giorni prima.

L’assessore regionale alla protezione civile, Paola Gazzolo, che ha richiesto lo stato di calamità (necessario per ricevere i finanziamenti dal governo) sembra quasi essersi “abituata”: «Gli eventi eccezionali ormai stanno diventando sempre più ordinari. Serve un nuovo piano integrato di manutenzione delle reti e del verde affinché quanto successo non si verifichi più». Prima però bisognerebbe capire cosa è successo: finora sappiamo solo che qualcosa non ha retto. Un’ipotesi la lancia Massimo Gnudi, assessore per le politiche dell’Appennino della Città Metropolitana di Bologna, che senza mezzi termini sposta il problema: «La manutenzione non è stata adeguata e ciò chiama direttamente in causa i gestori, non possiamo girarci intorno», attacca l’amministratore «dovremo definire per il futuro un impegno preciso con queste aziende, un piano puntuale che preveda controlli e verifiche».

I cavi dell’energia elettrica ad alta tensione, in teoria, possono rompersi solo se ci passa attraverso un elicottero o nel caso di un tornado. Oppure in caso siano obsoleti. La loro sostituzione dovrebbe avvenire ogni 35-40anni, si cambiano le parti che hanno maturato la vecchiaia con un 20-30% di scarto rispetto alla scadenza prevista dei materiali. Esistono test sull’invecchiamento dei materiali che ne definiscono la “durabilità” allo scopo preciso di evitare, per esempio, un blackout. La società fornisce annualmente alla Regione Emilia-Romagna, ai sensi dell’articolo 18 della legge regionale n. 26 del 2004, una relazione molto dettagliata contenente, fra l’altro, anche «una descrizione delle attività di manutenzione previste nell’anno».

Alla richiesta di visionarla però l’azienda ha risposto che: «Ogni anno Terna deve presentare alla Regione la posizione georeferenziata dei propri elettrodotti in modo che la Regione possa aggiornare le proprie carte e le proprie mappe». Niente di più. Accontentiamoci, questo è quanto. Invece le domande restano, e anzi com’è conseguenza di ogni non risposta, si moltiplicano: quanto spende Terna nella manutenzione? «Complessivamente ha investito negli ultimi 5 anni circa 1,2 miliardi di euro nella manutenzione della propria rete: monitoraggio, manutenzione vera e propria e rinnovo delle linee elettriche e delle stazioni».

D’accordo. Ma nello specifico, quali interventi e con che cadenza? I cavi che si sono rotti a che punto di usura erano arrivati per cedere al peso di manicotti di ghiaccio? Terna in merito non risponde. Intanto in attesa i cittadini, con l’aiuto di tutti i sindaci del territorio e i consiglieri regionali del Pd e Sel che hanno sottoscritto una risoluzione urgente, stanno organizzando una class-action per i disagi subiti.

Sono infuriati: «Ho sentito di tutto in questi giorni di blackout: “Fate finta che Enel non esista” detto dalla Protezione civile e dai responsabili dell’emergenza, famiglie che scioglievano la neve per poter lavarsi o semplicemente per avere l’acqua da bere, case che al loro interno arrivavano a quattro gradi, bambini che andavano a letto con le tute da sci per stare al caldo e centinaia di euro in legname», racconta Paolo Pasquino, abitante di Monzuno, sull’Appennino bolognese. Per l’assessore Gnudi è importante «sostenere, anche grazie ad alcune associazioni nazionali di consumatori, la volontà delle persone di avere un rimborso maggiore rispetto a quanto calcolato dalle aziende», massimo 300 euro direttamente in bolletta «e di aiutare i Comuni con meno di 5.000 abitanti che non avrebbero diritto a niente per una delibera dell’Authority che prevede rimborsi solo per distacchi superiori alle 16 ore».

Significativo il commento di un altro abitante montano, Stefano Adani: «Durante quella settimana di ordinaria follia, la cosa che francamente ha maggiormente spaventato è stato rendersi conto che nel caso di cosiddette emergenze non è possibile aspettarsi un aiuto da parte di chi come lo Stato o la Regione dovrebbero al contrario sostenere e aiutare gli abitanti in crisi. Gli alberi spezzati sulla strada ce li siamo tagliati da soli con piccoli gruppi di autogestione, i collegamenti telefonici erano inesistenti, e quando chiamavamo l’Enel per chiedere i tempi di ripristino, a risponderci un nastro registrato dava un orario. Puntualmente disilluso».

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