«Abbiamo speso 30 anni con l’ossessione di diventare come i Paesi occidentali, ora siamo ricchi anche più di voi, ma non sappiamo che farcene». Fa un certo effetto ascoltare queste parole a Seoul, mentre cammini lungo i sentieri di una montagna, un’oasi in una metropoli con oltre venti milioni di abitanti. Chang Kyung-Sup è un uomo sulla sessantina, professore di sociologia all’Università Nazionale di Seoul, dopo un dottorato a Brown negli Stati Uniti. Uno che invece che enfatizzare le classifiche scalate dal suo Paese, ha speso l’intera carriera a interrogarsi sugli effetti di quella che ha definito “modernità compressa”, il percorso della Corea verso la modernità in solo trent’anni. Il mio incontro con la modernità compressa precede questo viaggio.

Era il 2008 e avevo da poco iniziato il mio dottorato, quando leggendo Ulrick Beck mi ero imbattuto in una menzione del lavoro di Chang Kyung-Sup: Compressed Modernity and its Discontents. La sua teoria parlava a tutto il mondo sviluppato e non solo a quel Paese assurdamente diviso. Diedi l’articolo alla mia compagna di dottorato coreana. E così, sette anni dopo, Sophia dopo avermi invitato a parlare della Maggioranza invisibile nell’università di Seoul mi dice che ha un regalo per me. Un pomeriggio con l’accademico più interessante del suo Paese. Mentre i grattaceli di Seoul si fanno sempre più piccoli, Chang Kyung-Sup mi parla del legame indissolubile tra sviluppo e confucianesimo e di quanto crescere senza un obiettivo, e così in fretta, possa ledere le fondamenta di una società.

Una cosa mi ha colpito: l’attore principale nella sua teoria è sempre la famiglia, unica ricchezza per i coreani, che non hanno però sostenuto con politiche sociali adeguate. La famiglia con donne impegnate prima nel lavoro di cura e l’educazione dei figli e poi, quando questi raggiungevano un’età adeguata, il loro ritorno al lavoro, prima in fabbrica e poi nei servizi, oggi è esausta. Da questa stanchezza deriverebbero secondo Chang Kyung-Sup i bassissimi tassi di fertilità e i più alti tassi di suicidio nel mondo sviluppato. Tornando da Seoul, mi appare chiaro come anche noi abbiamo vissuto una storia per molti versi analoga.

Durante il processo di modernizzazione, e ora nella crisi, è sempre la famiglia ad ammortizzare i costi. Il lavoro di cura delle donne mentre l’uomo andava in fabbrica nel dopoguerra, e oggi i risparmi che tengono in piedi i figli, che non hanno uno straccio di lavoro. Ci siamo confrontati con una modernità “meno compressa” di quella coreana, ma una crescita pur sempre veloce, ha mostrato tutte le sue falle. Benessere materiale senza idea di sviluppo.

Dopo aver esaurito tutte le energie della famiglia, e averla messa al centro di ogni interazione sociale, ci troviamo spaesati da una progressiva “perdita di valori”. Difficile riconoscere che mentre questo accadeva ci siamo appoggiati all’unica istituzione solida del nostro Paese, perché Stato e mercato non hanno mai funzionato. Non è “la funzione naturale” della famiglia che abbiamo tutelato in questi anni, ma su di essa, e sulle donne in particolare, abbiamo scaricato i costi della corsa verso la modernità. Per questa ragione, è solo andando alla ricerca di una nuova visione di sviluppo che ridaremo dignità alla famiglia. La famiglia come nucleo costituito da due o più persone che vivono insieme, non certo quella “naturale”.

Così la vista di Seoul si trasforma in una panoramica sul futuro del capitalismo e del nostro Paese. Abbiamo raschiato il barile, lo abbiamo fatto per una modernità compressa fatta di consumo e benessere materiale. Viene da chiedersi se il futuro non stia proprio nella capacità di decostruire quest’equazione perversa, e di riabbracciare una visione di sviluppo compatibile con i ritmi di tutti gli individui.

 @ManuFerragina

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