L’identità nazionale. Il rapporto con la propria memoria storica di un popolo segnato dalla tragedia più grande che la Storia abbia mai conosciuto. Israele va al voto il prossimo 17 marzo. Passato e presente si rincorrono come non mai, mentre sul futuro del Paese si proiettano ombre inquietanti. Nere, come le bandiere del Califfato islamico che conquista sempre più consensi anche fra i palestinesi di Gaza e della Cisgiordania.

Israele fa i conti con un passato che non passa e con una psicologia nazionale da Paese che si vive in trincea. Un Paese murato. Un Paese che si sente circondato da entità ostili, irriducibil- mente avverse. Le entità ostili si chiamano Isis, Hamas, Hezbollah. E prima di chiunque altro il “Nemico” numero uno: l’Iran. Lo spettro di una “Shoah nucleare” rincorre quello dell’Olocausto perpetrato dai nazisti. Le destre continuano a cavalcare un diffuso senso di insicurezza che viene alimentato anche dal recupero, strumentale, delle tragedie del passato. In questa visione, la Shoah serve a giustificare l’uso della forza e l’oppressione esercitata contro il popolo palestinese. Chi siamo, qual è il nostro senso nel mondo. Quale la missione a cui siamo chiamati. Le risposte non sono solo e tanto politiche, quanto esistenziali, identitarie. E orientano il voto del 17 marzo.

Stavolta il dilemma pace o guerra, dialogo o pugno di ferro con i palestinesi, è un aspetto secondario. Non c’entra neanche la minaccia, sempre più concreta, di una proiezione a Gaza dell’ombra sinistra dello Stato Islamico di Abu Bakr al-Baghdadi. Sui temi della sicurezza Israele non si spacca: al contrario, si compatta. La crisi di governo non nasce prima o dopo la terza guerra di Gaza, né sull’onda di scelte strategiche da compiere nell’inesistente negoziato con l’Autorità nazionale palestinese di Abu Mazen.

Al centro dello scontro c’è un’affermazione identitaria che da ideologia si trasforma in elemento costitutivo del “nuovo” Stato d’Israele. Una forzatura che rischia di spaccare il Paese, soprattutto per ciò che concerne quel 20% della popolazione (oltre 1,3 milioni di persone) che è israeliana ma non ebrea: gli arabi israeliani. «Netanyahu si presenta con una politica del risentimento che è alquanto diversa dalla politica di gestione. A meno di disastri potrebbe andare avanti nonostante i suoi errori grossolani», rileva con lucido pessimismo Avishai Margalit, tra i più autorevoli politologi israeliani, professore di Filosofia all’Università ebraica di Gerusalemme.

«A questa destra fanatica e irresponsabile non basta aver creato un regime di apartheid nei territori occupati, ora ha deciso di spingersi, se era possibile, oltre, con una proposta di legge che rappresenta un vero e proprio crimine contro la democrazia israeliana. Siamo al fanatismo che si fa Stato», dice Zahava Gal On, la presidente del Meretz (sinistra sionista). A permeare questa bozza di legge c’è una visione teocratica d’Israele “Stato-Nazione del popolo ebraico”. Una visione messianica-nazionalista che tiene insieme la destra espansionista e quella ultraortodossa.

Il 10 agosto 2014, in piena guerra di Gaza, Barack Obama ripropone così a Thomas Friedman, che lo intervista per The New York Times , la sua visione di Israele: «Considerando le capacità militari di cui dispone, non sono preoccupato per la sopravvivenza di Israele», rimarca il presidente Usa, «la vera questione, secondo me, è come sopravviverà. Come preservare uno Stato di Israele che rifletta i valori migliori di coloro che lo hanno fondato. E per riuscirci sono sempre più convinto che sia necessario trovare un modo per vivere fianco a fianco dei palestinesi, in pace. È necessario riconoscere che le loro rivendicazioni sono legittime, e che questa è anche la loro terra».

Solo per aver affermato questo, senza peraltro averne tratto le dovute conseguenze politiche, Obama è diventato, per i falchi di Tel Aviv, un nemico del popolo ebraico. «Israele è un Paese terrorizzato», annotava Zeev Sternhell, il più grande storico israeliano, in una intervista concessa a Left , «terrorizzato, più che da Hamas o dall’Isis, dal dover immaginare una sua nuova identità nazionale da Paese normale. Una pace vera, giusta, tra pari, non è solo definizione di confini territoriali ma anche, e per certi versi ancor più, il riconoscimento storico-culturale dell’esistenza dell’altro da sé come popolo, nazione, con gli stessi diritti del popolo ebraico a vivere, in un proprio Stato indipendente, in Palestina». Un problema di identità, di percezione di sé, e non solo di territori da sacrificare.

La campagna elettorale è ormai entrata nel vivo e il voto che ne scaturirà non porterà a soluzione la questione palestinese, ma dirà in che direzione di marcia si muoverà la questione israeliana. Arroccamento o apertura. Su questa scelta grava il peso della memoria. «La memoria va coltivata ma non può essere messa al servizio di politiche sbagliate», sostiene Amos Oz. La memoria non può essere una gabbia, avverte lo scrittore israeliano. E una rivisitazione critica della propria storia – dei «miti» come delle tragedie che ne sono a fondamento e che configurano una identità nazionale – è un punto di forza, e non un segno di cedimento, per una democrazia che non rinnega se stessa.

I sondaggi danno i due schieramenti, quello delle destre e di un ricompattato centrosinistra, in equilibrio. Nessun partito dovrebbe riuscire a governare da solo. Al tema della sicurezza si sovrappone poi quello di una sempre più devastante crisi sociale: oltre 2 milioni e mezzo di israeliani vivono oggi sotto la soglia di povertà, inclusi più di 900.000 bambini (uno su tre). A rivelarlo è un recente rapporto presentato da “Latet”, organizzazione no profit. Stavolta Israele deve scegliere fra due visioni. La terra di mezzo è ormai impraticabile. Anche per un abile equilibrista come Benjamin Netanyahu.

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