“Una rivoluzione strepitosa”, ha detto il premier Matteo Renzi presentando alla fine del Consiglio dei ministri le 10 slide che ridisegnano l’intero sistema scolastico italiano. La “strepitosa” Buona scuola renziana, leggendo dietro le cifre e le parole d’ordine del premier, sarà soprattutto una “strepitosa” scuola della disuguaglianza.

Forse efficiente, certo, ma solo dove esistono già le basi. E l’articolo 3 della Costituzione che invita lo Stato a rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana? Dietro a elementi positivi come l’assunzione di centomila precari o la Carta dei prof, si nascondono provvedimenti che vanno nella direzione contraria all’uguaglianza. Vediamo per quali motivi:

1.

Puntando sull’autonomia scolastica e sulla forte presenza dei territori, chiaramente si favoriranno quegli istituti che avranno la fortuna di trovarsi in zone con maggiori risorse. E magari scuole di frontiera, con bravi docenti e studenti con possibilità, saranno come al solito penalizzati. Con la proposta di devolvere il 5xmille alle scuole, è ovvio poi che le famiglie ricche lo faranno per gli istituti dei propri figli che difficilmente saranno istituti tecnici o professionali di periferia. Così come con altre iniziative “esterne”, come il crowdfunding o l’intervento di sponsor privati saranno più frequenti in zone del Paese caratterizzate da una maggiore vivacità economica e sociale.

2.

Con la figura del preside “leader educativo del territorio” – così l’ha definito il premier-sindaco – si dà un potere immenso al dirigente scolastico, da perfetto capo di un’azienda o meglio ancora, da sindaco. Questa figura dovrebbe non solo pensare alla regolare amministrazione del suo istituto-azienda, ma anche ai contenuti, al sapere, al profilo umano dei suoi dipendenti. Basteranno i curricula a suggerire scelte oculate? O si verificherà anche in questo caso, diversità di trattamento, scelte di favore, clientelismi? Chi controlla il controllore?

3.

Il trattamento di favore per le scuole paritarie private. Le famiglie che iscrivono i propri figli a questi istituti avranno una detrazione fiscale che ogni anno potrebbe arrivare anche a 450 milioni di euro. Sommati ai 700 euro che ricevono da Stato e enti locali, si arriva a oltre un miliardo l’anno. E perché allora non favorire il diritto allo studio per chi si iscrive alle scuole pubbliche e paga un contributo volontario che a volte arriva anche ai 150 euro? Sappiamo che ci sono poi regioni come il Veneto che pur mantenendo i fondi per le paritarie (circa 40 milioni) tagliano le borse di studio per gli universitari. Vi sembra una scuola dell’uguaglianza?

4.

La competizione che verrà alimentata tra i docenti con i premi per il merito. Per un mucchietto di soldi in più chissà cosa accadrà, tenendo conto che abbiamo a che fare con una categoria vessata per anni, umiliata e offesa, sia da un punto di vista contrattuale che umano.

5.

I contenuti dell’insegnamento saranno diversi da scuola a scuola. Visto che il premier ha calcato la mano sull’”autonomia vera”, sull’offerta formativa costituita da discipline ad hoc per ogni istituto, è chiaro che ci sarà anche in questo caso una disparità tra il Nord e il Sud, tra le periferie e i centri delle grandi città.

Vale la pena di andare a scorrere i dati forniti da un corposo dossier uscito alla fine del 2013, il Rapporto sul sistema educativo italiano, realizzato da Cidi, Legambiente e altre associazioni educative. Il Paese, per investimenti e abbandoni scolastici, è diviso come ai tempi dell’unità d’Italia. Se in Sicilia, per esempio, per il diritto all’istruzione si spende poco più di 600 euro a studente e in Emilia Romagna tre volte tante, affidarsi ai territori forse non è la cosa migliore.

E perché nella sanità si assiste ad una tendenza “centralistica”, mentre  per la scuola accade esattamente il contrario? Non sarà questo solo un escamotage per contenere i costi affidandoli ai territori senza alcun progetto educativo e formativo globale dietro alle spalle?

Diseguale, aziendale e anche autoritaria, visto il carattere del preside-sindaco. Questa è la Buona scuola renziana. A questo punto i parlamentari se hanno ancora un briciolo di sangue “democratico” nelle vene, devono farsi sentire. Gli studenti lo stanno facendo, scendendo nelle piazze. C’è un buon progetto di scuola pubblica, quello della Lip (legge di iniziativa popolare), si tratta solo di afferrarne alcuni principi e proporre una strada comune (con alcuni punti della Buona scuola positivi, come l’assunzione dei precari e l’organico funzionale). L’obiettivo deve essere l’uguaglianza di base, di partenza. Il sapere offerto anche a chi non se lo può permettere.

 @dona_Coccoli

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