Ci sono dei no che lasciano il segno quasi quanto un pugno. Il più famoso rifiuto nella storia della boxe lo pronunciò a New Orleans nel 1980 Roberto Duràn nel match contro Sugar Ray Leonard. In palio, la cintura di campione del mondo Wbc dei pesi welter: l’americano non si faceva prendere, e Duràn abbandonò il ring all’ottava ripresa, all’improvviso, con un semplice “no más”, bastava così. Lo scorso dicembre un altro no l’ha detto la “Mangusta” Lenny Bottai, 37 anni, asso livornese della boxe nostrana: salito sul quadrato di Las Vegas per contendere allo statunitense Jermall Charlo l’accesso alla finale dei superwelter Ibf, ha sfoggiato una maglietta rossa con un pugno chiuso e la scritta “No Jobs act!”. Il match l’ha perso, guadagnando però l’attenzione dell’opinione pubblica.

Bottai, quella maglietta l’ha resa quasi più popolare delle tante vittorie in carriera.

Il mio era un messaggio di solidarietà alla classe alla quale appartengo, se c’è un Paese che fa più caso a una maglietta rispetto al fatto che un pugile italiano combatta a Las Vegas per una semifinale mondiale, beh, questo è il mondo.

Per esporsi così in un incontro molto importante, la riforma del lavoro non le dev’essere proprio piaciuta.

Renzi ha dimostrato quel che diceva Andreotti tanti anni fa, cioè che quando la sinistra andrà al potere lo farà perché nel partito non ci saranno più i comunisti ma i democristiani. Non credo serva aggiungere altro. A Renzi poi, come a tutti gli altri, farei vivere un bel reality: un anno di vita da operaio precario, e nel frattempo lo riprenderei. Sai che share…

Sul retro della maglietta c’era un altro messaggio: “Pane, dignità, futuro per tutti”. Un obiettivo ancora percorribile, in Italia?

Per raggiungerlo serve unità di intenti e di classe. Non amo fare il fantozziano Folagra, incarnazione del compagno che parla per dogmi, ma il succo è sempre lo stesso: chi ha la chiave delle decisioni leva al popolo per dare alla sua classe. Il compito del popolo, almeno in questa società, è quello di unirsi e prendersi i diritti: se si ferma il popolo, si ferma il mondo.

La boxe, in termini di unità di intenti e cooperazione, può insegnare qualcosa?

Pur essendo uno sport individuale non si prescinde mai dal gruppo e dalla condivisione. Quando combatti hai bisogno di un allenatore e di un angolo fidato, di persone che coadiuvano la tua preparazione, di tifosi che ti sostengono. Pensare di poter relegare tutto all’individualismo è un grosso limite.

Lei è fra i fondatori della “Spes Fortitude”, nata a Livorno nel 2006. Una palestra popolare contro la logica del profitto?

Lo sport è un diritto che deve essere esercitato, e la Spes Fortitude offre la possibilità di fare sport di qualità a prezzi accessibili o in casi particolari del tutto abbattuti, in un ambiente libero da ogni barriera sociale o logica individualista e di prevaricazione. È anche un luogo come un altro aperto a tutti quelli che vogliono fare sport in regola. Non deve essere un’estensione della militanza: in palestra ci si allena e basta, chi entra ha e deve avere – entro certi limiti – le sue idee, ma un aspetto fondamentale è la sensibilità sociale nell’offrire un avamposto sano ai quartieri in difficoltà. Questo è per me il significato di sport popolare.

Lontano dalla palestra e dal ring c’è sempre l’impegno politico.

L’impegno politico è prima di tutto ideologico, e consiste nel connettere sempre la propria concezione della società con quello che nel concreto si fa e si sceglie per se stessi. Qui sta l’impegno, nell’imporsi l’etica del rispetto delle proprie idee, facendo in modo che resistano nel tempo a qualsiasi evoluzione personale.

L’INTERVISTA INTEGRALE SU LEFT IN EDICOLA DA SABATO 14 MARZO

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