Come funziona l’inventario dell’anticaglia politica secondo il vangelo di Matteo Renzi? Un politico di lungo corso come Luigi Berlinguer, per dire, ha titoli sufficienti per aspirare alla rottamazione? Sembrerebbe di no, a giudicare dall’accoglienza calorosa ricevuta alla festa per il primo compleanno del governo Renzi, celebrato a fine febbraio con una puntata monografica sulla scuola.

Ha preso la parola anche lui, l’ex ministro dell’Istruzione, che, con un accorato intervento, ha prevedibilmente rimbrottato gli insegnanti. Secondo lui i docenti della scuola italiana non hanno ancora capito che con l’attuale impianto educativo l’Italia non va da nessuna parte. Non c’è stato bisogno di spiegare perché, né avrebbe potuto far presa, in mezzo al risentimento contro gli insegnanti generato dall’ex ministro, l’obiezione che dell’attuale impianto educativo lui debba risponderne più degli accusati.

Nella riunione dei democratici le sue parole sono risuonate come quelle di un visionario che finalmente vede avvicinarsi la realizzazione del sogno per il quale ha combattuto una vita intera contro ignoranza e pregiudizi. Così si è detto entusiasta per aver colto l’intenzione di Renzi di rivoltare la scuola da cima a fondo. Poi ha esteso l’accusa di miopia politica a gran parte dell’opinione pubblica, che non ha capito che la scuola va assolutamente cambiata.

Ha urlato che la scuola non è più banchi e cattedra, anche se non ha spiegato che cosa dovrebbe essere. Infine ha attaccato chi ha bandito dalla scuola l’arte, la cultura, la creatività (per la precisione «chi ha mutilato l’emisfero destro del cervello»). E ancora chi ha sradicato quella bellezza che è dentro di noi. Perciò ha giustificato e difeso gli studenti, che a scuola «si spallano».

Pochi giorni dopo, tutt’altro che pago, è tornato alla carica con dichiarazioni pubbliche a favore di sconti fiscali per chi iscrive i figli nelle scuole private. Coerentemente con la legge da lui ispirata (62/2000) che ha rimescolato il sistema di istruzione, confondendo pubblico e privato. Con lui siamo in debito anche per una riforma scolastica monca, che ha comunque aperto la via alle distruzioni del centrodestra, e per una riforma universitaria nota come “tre più due uguale zero”, per la svalutazione del sapere e dei titoli di studio. Un curriculum che non poteva lasciare indifferente l’attuale classe dirigente, smaniosa di proseguirne l’opera. Altre opinioni che l’hanno reso simpatico ai rottamatori sono quelle sul ridimensionamento delle discipline umanistiche.

In particolare, lo studio delle lingue classiche dovrebbe, come propone anche Confindustria, diventare facoltativo e a pagamento. E, secondo Berlinguer, anche la storia antica dovrebbe essere sacrificata a vantaggio di materie più utili. Come ha notato Luciano Canfora, intorno al ruolo della Storia nella scuola si gioca una partita decisiva. Infatti, il vero obiettivo di una classe dirigente che vuole impoverire la scuola non è tanto l’accerchiamento nei confronti delle lingue classiche quanto insinuare la convinzione che sia inutile studiare la Storia.

Quella antica, che, osservava Marc Bloch, «si colora delle sottili seduzioni del diverso». O la storia in generale, che ci induce a pensare che nulla è inevitabile e nella quale, diceva Gramsci, riconosciamo l’unica spiegazione della nostra esistenza, senza cadere nelle braccia della religione.

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