Sottile, insinuante, celata sotto i sorrisi, sotto il reiterarsi della parola «amore» sta nascosta la violenza. Quella dell’uomo che incontra una donna e dalla prima uscita le rimprovera di non averla presentata gli amici come il fidanzato, marcando un territorio di possesso. E poi inizia a scavare il passato, a farle confessare amori, perfino atti di violenza subiti, rimanendo a sua volta nell’ombra, pronto a giudicare, a sentenziare, a dominare.

Alla violenza quotidiana, che arriva alle soglie (solo alle soglie) del femminicidio, è dedicato il nuovo spettacolo di Saverio La Ruina, quattro premi Ubu come attore e come drammaturgo per penetranti monologhi come “Dissonorata”, o “Italianesi”. Si intitola Polvere e del rapporto uomo-donna vuole illuminare il pulviscolo delle sopraffazioni quotidiane.

La pièce procede per brevi scene tra lui e Jo Lattari, sua spalla funzionale, la donna (non hanno nome i personaggi), intorno a un tavolo, a un quadro che ritrae con tratti non realistici lei seminuda. La Ruina oltre a essere attore fine è antropologo: nei lavori precedenti ha esplorato un certo sud di paese, dialettale, ferocemente maschilista e patriarcale (viene da Castrovillari, in Calabria, dove ha fondato la compagnia Scena Verticale e un bel festival, «Primavera dei teatri»).

Qui analizza dinamiche che si possono scatenare in una qualsiasi casa borghese, tra persone mediamente istruite e perfino orientate a sinistra (lui, capiamo da un accenno, fa il fotografo; lei è insegnante). I brevi flash incalzano, sempre più ossessivi, facendo pendere troppo presto, però, la bilancia verso la violenza: verbale, comportamentale, dichiarata, senza remissione, senza speranza. La Ruina lo troviamo più convincente nel monologo (e nel ruolo della vittima) che in questo dialogo che, nonostante le intenzioni, troppo presto esplicita tutti i propri intenti.

@minimoterrestre

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