Il Paese, il luogo, il momento. Non c’è nulla di casuale della strage al Museo del Bardo. L’orrore per l’uccisione dei nostri connazionali deve accompagnarsi ad una riflessione sui campanelli d’allarme risuonati da tempo nella sponda Sud del Mediterraneo e che l’Europa, e in essa l’Italia, non hanno inteso, sottovalutando la portata della sfida jihadista o, di converso, pensare di essere in campo con dichiarazioni “belliciste” buone per qualche titolo sui giornali ma che, come spesso accade nella politica nostrana, duravano lo spazio di un giorno, cosa inevitabile perché quelle improvvide “sparate” non avevano uno straccio di strategia alle spalle.

Così si è sottovaluto il fatto che la “somalizzazione” del Nord Africa potesse estendersi dal “non Stato” libico – dove a dettar legge sono oltre duecento milizie armate e altrettante tribù – agli Stati vicini, in particolare la Tunisia, un Paese simbolo di una “Primavera araba” non sfiorita, ma anche il Paese che, in rapporto alla popolazione, dà più miliziani allo Stato islamico di Abu Bakr al-Baghdadi. Si calcola che siano almeno 3mila i mujihaddin tunisini che combattono in Siria nelle fila dell’esercito del “Califfo Ibrahim”.

L’effetto domino è in atto

I confini potenziali del califfato maghrebino già si sono estesi dalla Libia ad alcune aree desertiche della Tunisia, dove agiscono, a volte in alleanza altre in competizione, cellule terroristiche affiliate all’Isis e fazioni locali che fanno riferimento al network qaedista, tutte e due in rapporto d’affari con le organizzazioni criminali dedite al traffico di esseri umani (e di organi), di armi e di droga.

L’attacco alla Tunisia ha una fortissima valenza politica. Non solo perché si è inteso colpire l’unico Paese del Vicino Oriente nel quale le istanze di libertà, di giustizia sociale, che sono state alla base delle rivolte popolari che hanno cambiato il corso della Storia, non sono state cancellate da una restaurazione militare (Egitto) o dall’affermarsi di un radicalismo islamico armato che ha come obiettivo la costituzione e il consolidamento del primo Stato della Jihad al mondo. L’esperienza della transizione tunisina è unica anche perché il partito islamico che deteneva il potere nel dopo Ben Ali – Ennahda – ha scelto di non ostacolare ma di realizzare un governo di unione nazionale con le forze laiche,  mostrando così che l’Islam politico non è, come improvvisati neocon di casa nostra continuano a sostenere calzando l’emetto, inconciliabile con i principi propri di uno Stato plurale, uno Stato di diritto.

Tunisia obiettivo simbolico

L’esperienza tunisina è anche questo: dimostrare che è possibile coniugare modernità e tradizione, valorizzando, in questo quadro, il ruolo delle donne nella vita pubblica e facendo leva su una società civile strutturata, vivace, fatta di associazioni, gruppi di base e di un radicato e combattivo movimento sindacale. Tutto ciò per i fautori sanguinari della dittatura della sharia è una minaccia mortale. Da contrastare con le armi del terrore.

Il giorno dopo il massacro di Tunisi, ci si interroga su quale gruppo abbia portato a compimento l’attacco terroristico: la filiera Isis o al-Qaeda. La certezza è che, come ha tragicamente evidenziato la strage al “Charlie Hebdo” di Parigi, fra l’Isis di al-Baghdadi e le fazioni maghrebine e yemenita legate al successore di Osama Bin Laden, l’egiziano Ayman al Zawahiri, si è aperta una competizione, a colpi di attentati tanto più efficaci quanto più “mediatizzabili”, per la leadership nell’universo jihadista.

Colpire l’economia del turismo

Sul piano operativo, ad accomunare Isis e al-Qaeda c’è la convinzione, non da oggi, di poter minare regimi arabi moderati facendo venir meno una delle fonti principali della sussistenza economica: il turismo. In Tunisia, ad esempio, il turismo rappresenta il 7% del Pil e dà lavoro a 500 mila persone su una popolazione di 11 milioni. “Le nostre frontiere sono assolutamente impermeabili a qualunque tentativo di infiltrazione. Non c’è nessun problema di sicurezza, è tutto sotto controllo”, si era sbilanciata solo qualche settimana  fa la ministra del Turismo, Selma Ellouni Retik. La risposta è arrivata puntuale. Con una strage che ha fatto il giro del mondo, dando della Tunisia una visione molto diversa da quella “rassicurante” della ministra.

Sbaglia chi crede che siamo di fronte a un fatto isolato

Non è così. Il messaggio che giunge da una Tunisi ancora sotto shock è chiaro: l’offensiva jihadista si è estesa e per la prima volta si contano anche italiani. L’Italia, un’ora di volo da Tunisi. Sostenere le forze democratiche tunisine è oggi un investimento sul futuro, anche per noi. Senza cadere nella tragica illusione che per fermare Isis e al Qaeda ci sia bisogno di altri uomini forti, modello al-Sisi. La Tunisia uscita dalla “rivoluzione dei gelsomini” ci dice che il destino del Medio Oriente in fiamme non è quello di essere terreno di conquista di Califfi e Generali. Ma che esiste una terza via: quella di un sogno laico che va coltivato e aiutato a realizzarsi. Per questo, oggi più che mai, la Tunisia è una frontiera di libertà da presidiare.

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