E’ passato poco più di un anno dalla sua morte e anche se pochi in Italia conoscono la portata delle sue battaglie, per me è fondamentale ricordarlo. Tony Benn era un personaggio eccezionale. Ricordo i suoi discorsi che campeggiavano su una scaffalatura della libreria del mio amico Dennis assieme a The Making of the English Working Class. Rivoluzione industriale e classe operaia in Inghilterra libro fondamentale, scritto da un altro gigante del socialismo Britannico, Edward Palmer Thompson.

Benn e Thompson mi hanno insegnato una cosa fondamentale: al di là dei grandi dibattiti teorici della sinistra salottiera, per avvicinarsi davvero al concetto di “classe”, occorre studiare ed analizzare l’esperienza dei più svantaggiati spogliandosi di tanti preconcetti teorici di cui ci siamo imbevuti senza mai trascorrere una giornata nel disagio. Non esistono “classi in sé” e “classi per sé”, ma semplicemente gruppi sociali che progressivamente emergono sulla base della loro esperienza di vita. La classe operaia non ha mai avuto bisogno di un demiurgo per emergere.

Gli artigiani di Sheffield e quelli della London Corresponding Society all’inizio dell’Ottocento, gli operai di Manchester e Birmingham qualche decennio più tardi, erano ben coscienti del loro sfruttamento, del loro interesse comune alla lotta. E così le storie di vita di quei personaggi, che con i loro poveri utensili irrompevano nella storia per cambiarla irrimediabilmente, si mescolavano a quelle dei grandi del socialismo britannico. Storie di vita semplici, storie di vita come quella di Tony Benn.

Tony Benn “lo si può raccontare” facendo ricorso a tre gesti fondamentali. Il primo, fu quello di rinunciare al titolo di Lord per essere eletto in parlamento. In un’Inghilterra bigotta e conservatrice Benn dovette lottare per evitare di entrare alla camera dei Lord (perché suo padre ne aveva fatto parte) e poter così correre alle elezioni parlamentari. Il secondo, quello di essersi radicalizzato da ministro. Mentre la maggior parte degli uomini politici nostrani, arrivata in posizioni di prestigio, inizia a far pesare la necessità e la contingenza per giustificare il deragliamento dalle proprie idee di base, l’esperienza da ministro convinse Benn dell’importanza di radicalizzare l’azione politica per essere fedele a se stesso. Una radicalizzazione che gli costerà un lunghissimo linciaggio mediatico e l’impossibilità di divenire il leader dei Labour. Il terzo, fu quello di dimettersi da parlamentare dopo quarantasette anni di servizio per protesta contro la guerra in Iraq.

Ormai ottantenne pronunciò un discorso in parlamento, il cui significato va ben oltre il casus belli di una guerra assurda: quando la politica parlamentare si distacca dalla volontà popolare, per rimanere fedeli al proprio mandato bisogna tornare per strada fra la gente. Quanto stride l’esempio di Tony Benn con quello di molti politici della sinistra italiana. Molti di essi si dichiarano progressisti pur continuando a mescolarsi a una destra retriva (che hanno criticato per decenni!) e pro-austerità. Oggi il Partito democratico, così come il Labour britannico si situa agli antipodi rispetto alla lezione di Tony Benn, implementa una riforma del lavoro che non farà nulla per migliorare la condizione della maggioranza invisibile, e si pone in continuità con altri governi social democratici europei che, con la loro azione politica, hanno tradito tutti i principi del socialismo. Ecco perché a un anno dalla sua morte è importante richiamare l’esempio di Tony Benn, quando la sinistra aveva un cuore, un volto e un nome.

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