Dopo il lavoro, la scuola. I corpi collettivi che tengono insieme la società italiana sono nel mirino di un governo che vuole ridisegnare l’assetto del Paese, sostituire a una cultura dell’aggregazione sociale intorno alla fabbrica e alla scuola un assetto dove quello che conta è la funzione del decidere.

Decide l’imprenditore se e quando assumere e licenziare. Decide il capo d’istituto quale insegnante chiamare.

Basta questo per avvertirci che la partita della scuola richiede la massima vigilanza dell’opinione pubblica. La scuola pubblica italiana è stata nel lungo periodo la spina dorsale del Paese, il luogo dove il diritto di cittadinanza ha preso forma e le classi subalterne hanno trovato la porta di accesso al sapere.

Già adesso, mentre ancora ci manca quella riforma del diritto di cittadinanza più volte promessa e mai attuata, le minoranze di immigrati e di emarginati, mandano o dovrebbero mandare qui i loro figli quando non ne sono impediti dalla xenofobia dei gruppi sociali e delle istituzioni. E questo è un dato di fatto di cui si dovrebbe tenere conto quando si vuole rendere “buona” una scuola italiana, dimenticando che con tutti i suoi difetti questa scuola resta quanto di meglio si trova ancora in Italia. Ma la realtà delle cose resta lontana dal documento governativo.

Il cittadino deve sapere solo che si vuole fare tutto presto e bene. Eppure anche se evasivo, il documento qualcosa dice della direzione proposta al Parlamento. Chi non sarà d’accordo con obbiettivi come quelli indicati nel documento governativo? «All’Italia serve una buona scuola che sviluppi nei ragazzi la curiosità per il mondo e il pensiero critico». E così via. E’ un esempio di quello stile evasivo e scintillante in cui, come ha osservato Stefano Rodotà, «mancano riferimenti forti a principi fondativi».

Non solo mancano, ma tra le righe leggiamo una volontà di cancellazione di principi fondamentali della Costituzione italiana. Ci sono almeno due articoli che sono in gioco ogni volta che si parla di scuola. C’è l’articolo 3 che impone alla Repubblica il «compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica economica e sociale del Paese». E qui si affacciano i lavoratori come classe, oggi resi volgo disperso dal Jobs act. E poi l’articolo 33: che nel proclamare la libertà dell’insegnamento ricorda che «enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato».

Qualcuno ci accuserà di laicismo d’accatto, ricorderà che grazie all’impegno della Chiesa cattolica si riesce a far fronte a impegni che lo Stato non è in grado di svolgere.

No: la distinzione tra confessionale, privata (aziendale) e statale resta alla base del sistema scolastico dei Paesi civili.

Allo Stato si richiede di garantire il funzionamento a regime di una scuola capace di accogliere tutti gli aventi diritto con finanziamenti adeguati e tutti sanno quanto siano inadeguati quelli italiani. Per di più nel documento governativo si disegna un sistema in cui il contributo dei privati è richiesto come necessario. E’ una resa senza condizioni, la premessa di uno smantellamento dell’istruzione pubblica.

E poiché parliamo di soldi, con la carta di credito promessa agli insegnanti siamo di nuovo in presenza del trucco di gabellare un’elemosina come una forma di giustizia. E invece il problema è quello di stipendi inadeguati. Ma il problema più grande posto dall’indirizzo governativo è quello del governo – pardon, la “governance” della scuola. Nel disegno del sistema scolastico a regime ritroviamo il principio del comando non democratico che già abbiamo visto nello stravolgimento del sistema parlamentare ed elettorale. Lontanissimi i tempi degli organi collegiali. Tutto è nelle mani del dirigente scolastico, compreso il punto delicatissimo delle chiamate degli insegnanti.

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