Tratto dal romanzo di Pynchon, è in sala Vizio di forma del regista Paul Thomas Anderson, che, dopo il drammatico The Master, qui si concede una ventata di leggerezza e colto divertissement, con un occhio all’interiorità del protagonista, interpretato da un Joaquin Phoenix in stato di grazia e l’altro rivolto al fittizio microcosmo psichedelico che lo avvolge.

Cinema, locandina Vizio di FormaIl film si dipana sulla falsariga dell’hard boiled d’ispirazione chandleriana, ma vive di contaminazioni surreali, divertenti e sorprendenti. Il detective Doc Sportello, basettoni e barba incolta, sandali ai piedi e giacca stropicciata, capigliatura rasta e sguardo torpido – provocato dalla cannabis e dall’alternativa tossica che si è dato a una vita di conformismo – indaga sulla scomparsa di un magnate, coinvolto in loschi traffici e speculazione edilizia, su invito della sua bella ex, intrigante aggiornamento della femme fatale del noir e delle ninfette di Woodstock. Lui ne è ancora innamorato e perciò si dedica al caso, ma, nel cercare il bandolo della matassa, impara sulla sua pelle che la realtà è una parvenza sfuggente e nel caso c’è un altro caso e un altro ancora, come in un gioco di bambole russe.

Così Doc si imbatte in una galleria di personaggi eccentrici, fuori posto, declinati in chiave postmoderna: poliziotti pseudo-fascisti con turbe psichiche; sassofonisti, dati per spacciati, che lavorano per la Cia e si nascondo in centri benessere zen; massaggiatrici orientali sollecite e vogliose; donne, sessualmente invitanti, compresa una procuratrice distrettuale che di Doc sente tutto il fascino; Black panthers e neonazisti con tatuaggi, complici all’occorrenza; avvocati cialtroni, impeccabili nella difesa del cliente; dentisti spacciatori e figlie di papà con i denti rifatti.

Alla galleria si aggiungono luoghi propri del genere: uffici di polizia squallidi, ville sontuose, appartamenti in penombra, strade battute dalla pioggia, stanze livide, ove il pericolo è in agguato, e velieri, che insinuano il desiderio di paesi esotici. E riferimenti espliciti: Chinatown, Il lungo addio, del maestro Altman, Il grande Lebowski. Chi ha amato questi film, qui si divertirà moltissimo, anche perché la trama è una suggestione di ispirazione letteraria, a cui vale la pena abbandonarsi come in un viaggio lisergico, attraversato da una nota di nostalgia, il rimpianto per un’America più sincera, che con Nixon e Reagan ha rinunciato alla sua controcultura e al suo sogno hippy.

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