Ci informa l’Istat che, rispetto a dicembre 2014, a gennaio 2015 l’export dell’Italia ha subìto una flessione del 2,5% mentre l’import (da tempo depresso per la drammatica contrazione della domanda interna) è aumentato dell’1%. Ma ciò che appare più interessante sono le variazioni dei flussi commerciali per area geografica che mostrano, da un canto, una contrazione molto simile delle esportazioni all’interno e all’esterno dell’Unione europea e, dall’altro, un aumento delle importazioni, tutte dall’area Ue. Nonostante la svalutazione dell’euro, insomma, l’effetto di traino dei mercati esteri sull’export rimane un punto interrogativo.

Ciò che è sicuro invece è l’aumento delle importazioni. La questione assume inoltre per l’Italia un ulteriore significativo rilievo: così come ricordato nel Rapporto 3/2014 del Centro Europa ricerche: «Le esportazioni [dell’Italia] sono cresciute a un tasso nettamente inferiore alla media dell’Area euro», soprattutto a causa della scarsa presenza nel nostro Paese di settori ad elevato contenuto tecnologico, come confermano anche i dati su importazioni ed esportazioni di beni capitali.

Ma a questo punto si impone un interrogativo: in che misura le tendenze in atto sono destinate a protrarsi ed esistono elementi che ci possono far supporre che il nostro sistema produttivo sia in grado di contrastarle? Secondo i recenti risultati dell’indagine presentata nel Rapporto Met (Monitoraggio economia e territorio), le imprese italiane dal 2013 manifestano segnali di reazione alla crisi, dedicando sempre più attenzione all’attività di ricerca e innovazione.

Siamo – precisa il Met – di fronte ad un sistema produttivo che, pur scontando gli effetti della recessione, è consapevole del ruolo che l’innovazione riveste per la competitività, ma che non riesce a farcela da solo. Siamo però – prosegue il Rapporto – anche in una fase in cui la rilevanza delle politiche industriali ha cessato di essere un tabù del dibattito economico (ne ha parlato a più riprese, tra gli altri, Romano Prodi). Procedere secondo la logica dell’aumento degli incentivi alla ricerca, laddove le imprese sono già in partenza meno proiettate su tale attività, non può produrre (come già largamente dimostrato in diversi autorevoli studi, tra cui quelli della Banca d’Italia) risultati sufficientemente apprezzabili. E così gli effetti sulla nostra competitività tarderebbero ulteriormente a manifestarsi, allargando il divario con i nostri competitori.

In altri termini: al nostro Paese non basterà un po’ di defiscalizzazione delle attività di ricerca e sviluppo e neppure qualche contributo alle imprese, se non inserito in un vero e proprio recupero di quella che una volta si chiamava “programmazione economica”. Il rilancio dell’innovazione del nostro sistema produttivo deve partire da una correzione della sua composizione settoriale. Lo Stato, come accadeva in Italia nei decenni precedenti allo tsunami liberista, e come accade oggi nelle migliori esperienze dei mercati emergenti, ha il diritto-dovere di dare il suo indirizzo su cosa e come produrre. In Cina non ci sono sconticini fiscali: ci sono grandi holding pubbliche che hanno figliato alcune delle più rilevanti industrie del mondo. Noi avevamo l’Iri e l’Imi. Non sorprende che ora i cinesi vengano a fare shopping del meglio che ci è rimasto. C’è da chiedersi cosa vadano a fare i nostri politici a Pechino.

@Keynesblog

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