Il ministro Maria Elena Boschi ha detto, anzi ha ridetto, che il Pd «andrà avanti sulla strada del cambimento, il partito ha una grande responsabilità perché rappresenta il 41% degli italiani ed è l’unico partito in grado di cambiare il Paese e lo stiamo dimostrando con l’azione di governo». Che facciamo, le rispieghiamo che non è vero? Che quel 41% per cento è la metà di quella metà di italiani che hanno votato alle ultime Europee? No, basta. L’abbiamo fatto troppe volte. Lo sa anche lei.

Il problema è che sulla strada del cambiamento «decidere non è fascista». Lo ha detto Matteo Renzi alla direzione del Pd di lunedì scorso, anzi lo ha ridetto. Che facciamo gli rispieghiamo anche a lui che il problema non è mai stato “decidere” ma è il cosa decidere e il come che fa la differenza in democrazia? No, ciance e lungaggini inutili: «Se l’obiettivo è sempre trovare un contro-soggetto che co-decide, tratta e blocca, noi non avremo mai un sistema moderno ed efficiente. La legge elettorale conferisce a qualcuno il compito e il dovere di rimuovere gli alibi». Il cambiamento è moderno ed efficiente per il nostro premier. Tutto il resto è un alibi. Perché «il Porcellum è come la mistery box di Masterchef. Esce fuori dall’urna quello che non avevi scritto sulla scheda…».

Non è uno scherzo. E neanche un brutto sogno. È la «democrazia decidente» 2.0 made in Renzi. La politica non è mica il gioco dell’oca, ha detto alla platea. Lui alla casella 58 non ci vuole capitare. Perché indietro fino alla 1 non ci torna. Anzi va dritto spedito alla 63, fino alla vittoria. A costo di truccare i dadi. E cos’è la vittoria? «Ora è il momento di dire “Chi vince governa”. Punto». Un po’ come il vecchio «io pago, io pretendo. Punto». Semplice e compatto. Né dittatura, né democratura. Solo un presidenzialismo di fatto senza contrappesi. Una banalità dirlo ancora. Fiumi di inchiostro e piazze e palchi sono stati spesi. E allora chiudere tutto e in fretta, il 27 aprile in aula ed entro fine maggio si porta l’Italicum a casa. Punto.

Nel frattempo, nell’indeterminato campo della sinistra (in teoria pure quello di prima lo era!) l’unica cosa che ha fatto scalpore della piazza di sabato scorso sui nostri indimenticabili e imperdibili quotidiani e talk show, sono stati il bacio di Maurizio Landini a Susanna Camusso (che non ha ricambiato) e la frase urlata alla piazza del segretario Fiom: “Renzi è peggio di Berlusconi”. Scandalo. Piuttosto bisognerebbe pensare a Craxi o Fanfani, questo è stato il tenore del dibattito in questi giorni.

Io un po’ c’ho pensato. E il punto è un altro. Il punto è che doveva essere meglio. Anche molto meglio. In generale doveva essere meglio. Doveva essere meglio per la vita delle persone. Quelle vere in carne ed ossa. Dovevano essere più protette, più uguali, dovevano avere meno paura, vivere meno violenza. Ne avevano vissuta tanta in vent’anni, era il momento di cambiarle le loro vite. Lavoro, diritti, scuola, sapere, partecipazione, libertà, certezze pure.

E invece non lo è meglio. Ed è evidente che il problema è il meglio e la sua costruzione. Che ci mettiamo dentro al meglio? E poi come lo realizziamo? Contenuti, strumenti e metodo. In quel bacio non corrisposto tra Camusso e Landini, per me, non c’era ancora. Ma c’era un tentativo di “coalizione sociale”, coraggioso visto il clima nostrano, ma tutto da vedere. Entro la fine di maggio verrà stilata la “carta d’identità del movimento” con i valori di riferimento e gli obiettivi da perseguire. Studieremo, parteciperemo e ne scriveremo. «Prenderemo il meglio e lo consegneremo alla lotta», come dice Landini citando Neruda. Il giovane professore di Parigi, Ferragina, lo fa già su questo numero. Continua a dialogare a distanza col segretario della Fiom: recida il vecchio e proponga il nuovo. Contrapponga a Renzi e alla sua democrazia decidente, l’agenda dell”uguaglianza efficiente” della maggioranza. Non più invisibile.

@ilariabonaccors

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