Twitter, facebook, blog che tengono traccia dei nostri pensieri, breaking news che ci aggiornano costantemente su quello che accade, il tempo nell’era del web scorre veloce. E mentre noi, immersi in flusso di informazione costante, sempre connessi e bombardati da mille stimoli, viviamo in un presente dilatato che sembra inghiottire tutto, la rete, soprattutto grazie ai social, in un grande magma indistinto tiene memoria di tutto quel che facciamo.

Douglas Rushkoff in “Presente Continuo. Quando tutto accade oggi”, scrive: «Se la fine del ventesimo secolo è stata caratterizzata dal futurismo, il ventunesimo secolo potrebbe essere quello del presentismo ». La tendenza social è quella di storicizzare l’oggi allungando il più possibile i famosi 15 minuti di celebrità. Sono sempre di più le applicazioni web e smartphone che ci promettono di mettere ordine nelle nostre memorie e di ricordarci cosa abbiamo fatto.

Timehop, Memoir o addirittura applicazioni per facebook come The Museum of Me ci permettono di ripubblicare oggi la foto che avevamo caricato su Instagram esattamente uno o quattro anni fa e creano gallery dei nostri momenti migliori. Ovviamente ripescati fra i post che hanno ottenuto più like e commenti, perché è la fama che a darci il senso della Storia. Allo stesso tempo la dittatura dell’istante mette sotto scacco anche il futuro che assume sempre di più, per dirlo con la grammatica  inglese, la dimensione di imminenza del un present continuous.

Il rischio di questo appiattimento temporale è l’assenza di orizzonti e prospettive. Anche al di fuori dai social network. Ad esempio, in politica, il luogo per eccellenza in cui una società programma la direzione verso cui evolversi, si traduce in sindromi da “annuncite” dove tutto è “svolta storica” (possibilmente sempre via twitter), e incapacità di definire azioni lungimiranti. «Il futuro è adesso» recita un recente slogan.

@GioGolightly

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