La Grecia è parte dell’euro ma ora dobbiamo discutere che cosa fare e su questo non siamo d’accordo. Il mio addetto stampa, che è un diplomatico, mi ha suggerito di dire che siamo d’accordo sul non essere d’accordo». È capace di grondare bonomia da tutti gli artigli Wolfgang Schäuble, come il Romano Prodi descritto da Edmondo Berselli.

Ed è proprio con questa bonomia che, il 5 febbraio scorso, il finanzminister di Angela Merkel ha interrotto bruscamente la luna di miele europea del governo targato Syriza. Il primo incontro con Varoufakis andò talmente male che, secondo fonti vicine al ministro greco, Schäuble ha rifiutato di lasciare il proprio numero di telefono al suo corrispettivo di Atene. E quando, due settimane dopo, la bozza Moscovici finì online durante le trattative tra Grecia ed Eurogruppo, Schäuble, infuriato, aveva già pronto il suo capro espiatorio. Alcuni parlamentari vicini al tesoriere del Reich chiesero la testa di Varoufakis, in carica da meno di un mese, minacciando che il Bundestag non avrebbe mai approvato alcun accordo fino a che il professore greco fosse stato al tavolo dei negoziati.

Martellante come il J.K. Simmons di Whiplash, l’11 marzo da Bruxelles Schäuble ha definito «stupidamente ingenuo» il ministro greco. Tanto che l’ambasciatore greco a Berlino presentò una protesta ufficiale stigmatizzando gli insulti personali, in seguito negati. «Si tratta di un vero scontro di personalità», ha dichiarato dietro le quinte un ufficiale europeo. Uno scontro che si gioca sulla pelle dell’Unione. Il 13 marzo scorso, a poco più di ventiquattro ore dalle rimostranze della diplomazia greca, è stato lo stesso Schäuble a rompere il grande tabù dell’euro, ipotizzando pubblicamente un’uscita dalla Grecia dalla moneta unica: «Poiché la responsabilità e la possibilità di decidere cosa accadrà è solamente in mano greca, e poiché non sappiamo cosa faranno, non possiamo escludere questa possibilità», ha detto leccando uno dei suoi artigli.

Dalla Germania descrivono Schäuble come un negoziatore con grande capacità di calcolo: più attacca un bersaglio facile come Varoufakis, più è credibile a Berlino e solo il suo intervento avrebbe convinto i parlamentari più conservatori ad approvare la recente estensione del bailout greco. In più, un’uscita della Grecia dall’euro è ben vista dal 52% dei tedeschi e la linea dura del ministro spinge in alto il consenso del governo. Altri lo dipingono invece come un 72enne rancoroso, a cui la po- litica ha promesso molto più di quanto abbia dato. Nel 1997 era il delfino di Kohl, candidato a una successione che sarebbe dovuta avvenire una volta traghettata la Germania nell’euro, ma naufragata con la vittoria elettorale del socialdemocratico Schroeder l’anno successivo.

Nel 2004 era pronto per la presidenza della Repubblica, ma per settimane attese invano una chiamata di Angela Merkel. Oggi è l’uomo forte del suo governo, il Signor No dell’euro, quello che ha maggiormente influenzato la risposta di Berlino alla crisi: austerità e riforme, un mantra ripetuto persino di là di ogni evidenza da colui che si trova ai comandi del treno in quel “disastro ferroviario a rallentatore” che secondo Nouriel Roubini è oggi l’Europa. «La Cancelliera può contare sulla mia lealtà», dice. «Ma questo non significa che me ne sto buono, io ho la libertà di fare quello che ritengo giusto».

Senza nascondere gli elementi di una sordida autorappresentazione (un hacker rivelò che la sua password è “gewinner”, il vincitore), si fa vanto di svolgere il proprio ruolo di ministro delle finanze “senza pietà” – un principio che cinque anni fa decise di applicare con successo agli affari europei. Per esempio, senza comunicarlo a Merkel, chiamò il ministro delle Finanze greco Venizelos, per annunciargli la sospensione degli aiuti da parte della Germania in seguito all’annuncio del premier Papandreou di un referendum sull’euro. E quando Angela Merkel, in una serata a margine di un summit del G20, provò a prendersi il merito della linea dura, il vecchio Wolfgang la redarguì pubblicamente, mettendo agli atti la sua versione della storia. Non è usuale vedere il leader più potente d’Europa essere ripreso pubblicamente da un finanzminister, un ragioniere glorificato. C’è chi sostiene che Merkel tolleri la sua presenza proprio perché i suoi 72 anni non ne fanno un candidato credibile alla leadership, e che lo ha nominato ministro solo per sottrarre il Parlamento alla sua enorme influenza.

Nato nel 1942 a Friburgo in Brisgovia, dove la Germania meridionale profonda si allunga a toccare la Francia e la Svizzera, suo padre Karl era un dirigente regionale della Cdu e commercialista. Wolfgang ne seguirà le orme fino alla sua morte, in quel 2000 che rivolta la sua vita come la pagina che chiude un libro. Diventato dottore in legge nel 1971, ottiene un lavoro nell’amministrazione pubblica e nel 1972 viene eletto in Parlamento, dove siederà per i 43 anni successivi. Nel 1984 Kohl lo sceglie a capo della Cancelleria, suo uomo ombra e tutto fare, il Gianni Letta del vecchio cavallo da guerra.

Nel 1989, da ministro, gestisce in prima persona le negoziazioni per la dissoluzione della Repubblica democratica tedesca, la Germania est, cosa che avverrà, dopo uno storico accordo, il primo luglio 1990. Schäuble è quindi il demiurgo dell’unificazione tedesca e il suo primo ministro dell’Interno. Poco più di tre mesi dopo, il 12 ottobre 1990, durante un evento elettorale lo raggiungono tre colpi alla schiena, sparati con una Smith & Wesson calibro 38 da Dieter Kaufman, che sarà dichiarato incapace di intendere e di volere. Da allora Schäuble vive su una sedia a rotelle. «Da quel giorno, nei miei sogni sono un pedone», dichiarò a Der Spiegel. E nonostante ripeta strenuamente che la politica è l’arte di fare i conti con la realtà, in fondo è proprio questo idealismo, radicale nel senso fichtiano dell’obliterazione dell’oggetto, a caratterizzare il pensiero e la sua pratica politica.

La sua fede nel disegno europeista è talmente salda da renderlo in questi anni sordo a qualsiasi possibile mutamento di rotta. Sotto la sua guida la Germania ha raggiunto il pareggio di bilancio proprio mentre gli economisti chiedevano alla Germania di spendere di più per dare fiato alle economie della periferia. Il suo durissimo stile di negoziazione è giustificato dalla convinzione di fare gli interessi dei Paesi più deboli, che con riforme impopolari e austerità si starebbero avviando sulla strada di un’Eurozona più forte e sostenibile.

Dotato di un senso pratico popolare che gli permette di ridimensionare Goethe all’altezza di un postino, Schäuble è anche capace di visioni lunghe, come quando propose – inascoltato da Merkel – un Fondo monetario europeo sul modello di quello di Washington, anni prima che lo sprofondare della crisi richiedesse la creazione di un’istituzione simile con la nascita dei Fondi di Salvataggio. Merkel lo ha definito «una manna dal cielo per la politica europea».

Non sono pochi a ritenere che solo Schäuble riesca a spingere la Cancelliera aprendere posizioni di leadership internazionale avverse alla sua natura di politica domestica che non ama il rischio. E se la soluzione alla crisi del Continente passasse per la rimozione renitente della realtà fino a forgiarne una nuova, «la figura più talentuosa e tragica della politica tedesca», colui che lavora 70 ore a settimana, potrebbe paradossalmente essere l’unico in grado di riuscirci.

@NicoloCavalli

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