Non ci sono slogan, promesse e slide che tengano. Quando il governo Renzi si ritrova al bivio, imbocca strade già viste, rampe verso pericolosi precipizi sulle quali spingere le persone.

Arriva il terribile Def, documento di economia e finanza, e si scopre che la volta buona sarà magari la prossima. Perché questo benedetto Def di epoca renziana prevede nuove sforbiciate per le città, con i sindaci costretti a mettersi le mani nei capelli. Anche quelli della scuderia del premier, da Piero Fassino a Torino allo stesso Dario Nardella, succeduto per via quasi dinastica a Firenze. Però i titoli dei tg e le prime pagine dei giornali sono distratte dal “tesoretto” (parola orribile): 1,6 miliardi che, a quanto sostiene Palazzo Chigi, saranno subito disponibili per nuovi bonus (80 euro è una cifra che piace molto al governo) da distribuire ai redditi più bassi.

Secondo fonti governative la misura interesserebbe circa sette milioni di italiani. Tesoretto e bonus, quindi. Ammesso che esistano, perché secondo il Sole24ore «quei soldi non ci sono, è tutta roba di carta, numeri astratti e potenziali». Di sicuro esistono i tagli: tra trasporti locali e altri interventi pubblici da rivedere, ridurre e magari abolire, mentre le scuole cadono a pezzi, ovviamente sono i redditi più bassi ad essere colpiti, quindi tesoretti e bonus se esistessero si annullerebbero, rivelandosi nient’altro che uno specchietto per le allodole. Le città metropolitane, come Napoli e Milano se la vedranno davvero brutta: «Sono tagli gravi e irresponsabili – reagisce Luigi de Magistris da Palazzo San Giacomo – che rischiano di cadere sui lavoratori e sull’erogazione di servizi essenziali alla comunità».

Il default è dietro l’angolo per tutti. Dietro sorrisi di facciata e frasi di circostanza scorreranno sudori freddi. Ai 9 miliardi di tagli che sindaci e governatori stanno già affrontando nel 2015, quindi, bisognerà sottrarre 5 miliardi alle Regioni (di cui più della metà è spesa sanitaria), 2,2 ai Comuni e almeno uno a Città metropolitane e Province. Un salasso che nella migliore delle ipotesi imporrà un aumento delle tasse comunali, con botte da 92 euro a persona a Roma fino ai 651 calcolati proprio per Firenze, la città del premier. Tutto questo dovrebbe servire a scongiurare un aumento dell’Iva, ma cosa sposta, se la conseguenza, per un commerciante per esempio, è quella di dover pagare di più il suolo pubblico o l’immondizia?

Davvero strano per un presidente del Consiglio, che si era proposto come sindaco d’Italia, passando direttamente da Palazzo Vecchio a Palazzo Chigi dopo l’amichevole defenestrazione di Letta. Michele Emiliano, ex sindaco di Bari e già in corsa col Pd per la presidenza della Puglia nel dopo-Vendola, ha sostenuto in tv che troppo spesso la politica è vittima dei burocrati che infestano lo Stato. Troppo facile: finché c’era Berlusconi la colpa era di Berlusconi. Adesso la politica non sarebbe in grado, invece, di agire con le sue scelte sugli uffici dei funzionari? Il problema è che la classe dirigente del Pd renziano non pare all’altezza della situazione, che all’opposizione la voce del M5S è troppo debole e confusa anche quando sostiene buoni argomenti e che non c’è traccia né di un’altra destra credibile né di una sinistra – in attesa che il progetto di Coalizione sociale sognato da Maurizio Landini possa trasformarsi da bruco in farfalla. Cgil permettendo, perché la prima a non gradire l’attivismo politico della Fiom sembra essere proprio la casa madre guidata da Susanna Camusso.

@viabrancaleone

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