L’uccellino di Matteo Renzi sta perdendo la pazienza, soprattutto dopo la notizia dello sciopero del 5 maggio. In un tweet ha manifestato sorpresa per la “paradossale” e “incomprensibile” opposizione del mondo della scuola a un ddl che prevede l’assunzione di migliaia di docenti. Se fosse così, avrebbe ragione, anche se il bersaglio di quell’ostinata opposizione sarebbe stata la Corte di giustizia europea e non il governo italiano, che si limita a eseguire un atto dovuto.

Ma il ddl sulla scuola, oltre al reclutamento del personale utilizzato ogni anno, per il quale le opposizioni chiedono lo stralcio, contempla una serie di interventi diretti a scardinare il sistema disegnato dalla Costituzione. Con l’organizzazione gerarchica profilata dal ddl, si finisce, inoltre, per precarizzare tutti i docenti, anche quelli di ruolo, caso unico nello Stato e addirittura dentro lo stesso comparto, perché dalla mobilità decontrattualizzata che si vuole introdurre si salva solo il personale tecnico-amministrativo e ausiliario.

Di fronte alla resistenza del mondo della scuola al ddl, a turno, Renzi, Giannini, Faraone e Puglisi, hanno ripetuto che il disegno di legge non è stato capito per i suoi contenuti “rivoluzionari” ed è stato contestato per pregiudizio ideologico o per tornaconto politico. Con la stessa leggerezza si è detto che le proteste più veementi, come quelle alla festa dell’Unità di Bologna contro il ministro Giannini, sono scaturite da un gruppetto di provocatori estranei alla professione di “educatori”.

Insomma, si continua a ignorare la realtà del mondo della scuola e, conseguentemente, a trattare gli insegnanti come una massa di ritardati o di autolesionisti a cui occorre spiegare la riforma. A questo scopo Renzi ha promesso di scrivere una lettera agli insegnanti. Eppure il progetto della “buona scuola” è stato presentato lo scorso settembre e il ministero ha impiegato tutti i mezzi a disposizione per diffonderlo, anche venendo meno al dovere di neutralità istituzionale. Da allora la proposta è stata minutamente studiata dagli insegnanti, che hanno elaborato e diffuso documenti per argomentare il loro netto dissenso.

Ma chi, negli uffici di Viale Trastevere li ha presi in considerazione? E la Legge di iniziativa popolare sulla scuola della Repubblica è mai comparsa in un tweet di Renzi o in una dichiarazione di Giannini? Allora il difetto di ascolto non va cercato tra gli insegnanti, che sarebbero incapaci di afferrare la validità della riforma per arretratezza culturale o difesa corporativa. Il difetto di ascolto è in una classe dirigente che non sa cosa farsene della conoscenza della scuola vera e del contributo unico che a tale scopo può arrivare dagli insegnanti, veri e propri “organismi sentinella” dell’ambiente scolastico.

Così i membri del governo evitano di entrare nel merito di un ddl che deve tener conto delle direttive di Bruxelles, degli aggiustamenti di Confindustria e delle benedizioni del Vaticano. Piuttosto che meravigliarsi della contestazione, provino a spiegare a chi rischia ogni giorno l’incolumità in strutture vecchie e senza manutenzione perché il Def toglie quasi 500 milioni di euro all’edilizia scolastica e li assegna alle scuole private.

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