Molti commentatori si stanno interrogando in questi mesi sui possibili effetti di un’insolvenza ed eventualmente dell’uscita della Grecia dall’euro. Secondo alcuni, tale evento non comporterebbe la fine della moneta unica. Richiamano l’attenzione sul fatto che non si scatenerebbe un effetto contagio sul sistema bancario europeo (come sarebbe avvenuto nel 2010), poiché il debito pubblico greco è oggi quasi totalmente in mano alle “istituzioni” (Fondo Salvastati, Bce e Fmi). La prova sarebbe costituita dal mancato panico sui mercati finanziari in occasione delle trattative tra il nuovo governo greco e la (ex) Trojka.

Un ragionamento sensato, ma che rischia di sottovalutare la fragilità dell’eurozona. Tutti sanno che se l’euro esiste ancora è perché la Banca centrale europea è intervenuta spendendo la sua credibilità attraverso il programma Omt nel luglio 2012 e ora il Quantitative easing, garantendo la tenuta della moneta unica. Ma un default da parte della Grecia darebbe ai mercati il segnale opposto. Se si lascia fallire la Grecia, i mercati inizierebbero a chiedersi “chi è il prossimo che verrà lasciato fallire/uscire dall’euro?”. Esattamente come accadde nel 2008 negli Usa con il mancato salvataggio di Lehman Brothers. Ciò potrebbe portare ad una nuova crisi dei debiti sovrani (e a un nuovo credit crunch), ma con la differenza che stavolta la Bce avrebbe già fatto fallire e uscire uno Stato di cui era creditrice, e pertanto i mercati potrebbero perdere fiducia nella “fungibilità” della moneta unica e dei suoi collaterali, potenzialmente avviando il processo di dissoluzione incontrollata.

Mario Draghi lo ha spiegato ad Helsinki nel novembre scorso (si noti che la Finlandia è uno dei Paesi che vedrebbe con favore il Grexit). Nel suo intervento Draghi ha chiarito ed esteso il famoso discorso di Londra nel 2012, quello del “faremo qualsiasi cosa sia necessaria per preservare l’euro” che, dopo Helsinki, diventa faremo di tutto per preservare l’eurozona: «Se un Paese può potenzialmente uscire dall’unione monetaria – ha sottolineato il presidente della Bce – si crea un precedente ripetibile per tutti gli altri. Questa situazione a sua volta minerebbe la fungibilità della moneta, in quanto i depositi bancari e gli altri contratti finanziari in un qualsiasi Paese sarebbero soggetti al rischio di ridenominazione. Dovrebbe quindi essere evidente che il successo dell’unione monetaria in qualsiasi sua parte dipende dal suo successo in ogni sua parte. L’euro è, e deve essere, irrevocabile in tutti gli Stati membri che l’hanno adottato, non solo perché è scritto nei trattati, ma perché senza irrevocabilità non può esistere una moneta realmente unica”. Un default “accidentale” di un Paese all’interno dell’Eurozona, e ancor più la sua uscita dall’area euro, potrebbe innescare processi potenzialmente incontrollabili.

Gli ottimisti a Berlino dovrebbero riflettere sul fatto che, anche qualora la probabilità che l’uscita della Grecia dia il via a un effetto domino fosse molto piccola, la posta in gioco è così alta che correre un rischio del genere sarebbe davvero irresponsabile. L’impegno per l’indissolubilità dell’euro, insomma, è un vincolo per le istituzioni europee e gli stessi creditori. Un vincolo che la Grecia, nel suo piccolo e con tutti i suoi limiti, sembra intenzionata a sfruttare a proprio favore.

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