Il bambino nel “trolley” alla frontiera spagnola, fotografato sullo schermo di polizia come un feto nel ventre materno; e il dito minaccioso del sindaco di Padova verso l’appartamento dato in uso gratuito a immigrati: ecco due fotografie recenti che resteranno nella nostra memoria. La generosità di una persona esposta all’odio dei cittadini, la volontà caparbia di portare i propri figli in Europa radiografata dalla macchina del rifiuto.

Le due immagini dicono in modo diverso la stessa cosa: siamo nel mezzo di una guerra civile di dimensioni globali: da una parte c’è la pressione disperata di una massa umana in cerca di luoghi dove sia possibile vivere, dall’altra la fortezza assediata del mondo ricco, pronto alle sortite militari, abituato all’indifferenza per l’umanità che annega o viene respinta all’origine – dove morirà in altro modo. «Ognuno ha il diritto di andarsene da qualunque Paese incluso il suo» diceva nel 1948 la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Nel 1989 la caduta del muro di Berlino fu vissuta come il trionfo della libertà di muoversi in tutto il mondo.

Ebbene, contare i muri che sono stati eretti nel mondo da allora in poi chiederebbe un libro intero. C’è quello della frontiera meridionale degli Stati Uniti, dove non si contano le astuzie e le sofferenze di genitori che mandano i figli al di là della frontiera con ogni mezzo e con tutte le astuzie immaginabili. E ci sono i tanti muri interni all’Europa: lo spazio comunitario di libera circolazione definito dalla direttiva Schengen è stato molto presto sospeso e negato con misure di controllo alle frontiere dei singoli Paesi che il programma definito all’Aia nel 2004 ha definito con l’eufemismo di «gestione concertata dei flussi migratori». Fu una misura intesa a mettere sotto controllo la porta italiana all’Europa, visto che da noi l’apparenza ipocrita dell’ospitalità si è tradotta normalmente o nelle mura carcerarie dei Cie o nel lasciare aperta ai richiedenti asilo – senza dirlo – la via di fuga verso il nord.

Muri e altri muri, sempre: anche all’interno delle città. Da noi, Padova ebbe anche allora un primato in materia. Ma il più feroce e terribile è il muro d’acqua del Mediterraneo. E l’informazione che cosa fa per creare una cultura dell’apertura o almeno per elaborare una conoscenza della realtà non dominata dal potere, per sua natura portato a stimolare le paure per guadagnarsi il consenso di massa? Su Le Monde diplomatique di questo mese il sociologo Rodney Benson racconta i risultati di un suo spoglio sistematico dei media americani e francesi in materia di immigrazione lungo il corso dell’ultimo quarantennio. Se ne ricava che di fatto il giornalismo d’informazione ha dato voce in prevalenza al potere politico trascurando di esplorare le opinioni dei diversi gruppi sociali. Gli immigrati vi sono stati presentati per lo più come una minaccia – per i sindacati -, come ladri di posti di lavoro, per il “buon cittadino” come potenziali criminali. Minoritaria è la voce di chi ne parla come di vittime. Bisognerebbe fare anche per l’Italia un’inchiesta dello stesso tipo.

E intanto si dovrebbe studiare meglio il modo in cui le direttive europee sono state accolte da noi. Parliamo per esempio della cosiddetta “direttiva accoglienza” (2013/33/Ue) che dovrebbe applicarsi «a tutti i tipi di procedure relative alla domanda di protezione internazionale, in tutti i luoghi e i centri di accoglienza dei richiedenti». Basta leggerne il dispositivo e misurarlo con la realtà corrente nel nostro Paese per rendersi conto dell’abisso esistente tra legge e prassi. Dunque, anche qui, c’è bisogno di più Europa.

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