Il rifiuto del ddl da parte di tutte le componenti della scuola non poteva essere più chiaro. Eppure nei commenti dei media è oscurato dalla priorità di «non disturbare il manovratore ». Il dissenso, ancorché maggioritario, viene interpretato come un riflesso sindacale automatico per l’accelerazione al cambiamento di verso. La contestazione è rigettata perché viziata da un presunto pregiudizio ideologico o politico (secondo la reprimenda del ministro Giannini), quando da mesi i docenti hanno passato al setaccio anche le virgole delle proposte del governo e presentato dettagliate obiezioni.

Circolano nei commenti fastidio e stanchezza di fronte alle ragioni altrui. C’è voglia di stringere lo spazio di discussione e di ridurre al silenzio gli oppositori.

Perfino la professoressa Paola Mastrocola, già autrice di pamphlet al vetriolo contro le riforme che hanno preparato il terreno al ddl, ha spostato il suo severo giudizio contro la mobilitazione dei colleghi, affermando che «dobbiamo dare il potere a qualcuno, altrimenti non faremo mai un passo avanti» (Il Mattino, 5 maggio). Sul Venerdì di Repubblica” (8 maggio), Michele Serra ha dato risalto alla lettera di un docente già pentito di aver contestato una riforma definita «violenta e impacciata, autoritaria e idiota» e, invece di rintuzzarlo, il giornalista ne ha assecondato il fatalismo concludendo che è meglio l’azione dell’inerzia. Un altro paladino della giustizia come Sergio Rizzo, a Prima pagina su Radio3, sul ddl ha deposto le armi della critica e sorvolato sul fatto che lo strapotere dei presidi sarà inevitabilmente la fonte di innumerevoli ingiustizie, anche lui predicando la necessità di uscire dalla palude.

La stessa logica forse deve aver spinto Il Messaggero a cestinare un articolo del professor Giorgio Israel, che già aveva espresso posizioni radicalmente critiche nei confronti del ddl. Lo ha denunciato Israel sul suo blog, dove ha pubblicato l’intervento, “censurato” forse perché entra nel merito delle questioni sollevate dal ddl. Infatti dice che non è vero che la scuola è rimasta immobile; negli ultimi vent’anni è stata messa sottosopra più volte, con riforme più o meno epocali che hanno peggiorato le condizioni di lavoro dei docenti e, conseguentemente, la qualità della scuola; poi elenca le ultime assurdità, come il successo scolastico garantito per decreto, l’aumento del lavoro burocratico (a scapito di quello didattico) con l’autovalutazione d’istituto, l’importanza crescente dell’Invalsi (Istituto nazionale di valutazione, al di sopra di ogni controllo), le varie contraddittorie forme di reclutamento (che hanno ingigantito il problema del precariato), la trasformazione delle scuole in centri sociali (con il “via libera” alle occupazioni da parte del sottosegretario Faraone), l’assenza di veri contrappesi ai superpoteri del preside. Al posto dell’articolo di Israel, Il Messaggero ha pubblicato un pezzo sulla difesa del riconoscimento del merito a scuola, scritto da Oscar Giannino, noto per aver millantato il possesso di titoli mai conseguiti. Alla fine, il quotidiano ha involontariamente rappresentato un apologo sui guasti di una meritocrazia da azzeccagarbugli.

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