Nel panorama, a tratti molto triste della politica italiana, Matteo Salvini è riuscito a ritagliarsi una posizione da protagonista. L’inconcludenza e il vuoto assoluto delle sue proposte, mischiate all’incoerenza di chi ieri tifava per la secessione ed oggi si erge a paladino “della patria”, sono mascherate dalla violenza delle sue urla. Parole come ruspe, castrazione, invasione, sono entrate nell’immaginario di parte del Paese, incattivendo l’opinione pubblica ed individuando nell’immigrato il falso nemico di una società che, sempre più povera (culturalmente ed economicamente), ha bisogno di sfogare la sua frustrazione.

Un gioco ingiusto e pericoloso, costruito da un personaggio che si nutre dell’odio che semina, riuscendo ad  ottenere alti consensi sociali anche dalle contestazioni che in questi giorni affollano il suo tour elettorale: Massa, Viareggio, Lecce, Senigallia.

Qui però entrano in gioco gli errori e la superficialità di chi lo contesta. Premettiamo, non è la contestazione in sé il problema, sempre legittima e a volte doverosa. L’errore è cedere alla provocazione, cadere nella trappola tesa. L’errore è farlo passare come patetica vittima di un meccanismo di cui è l’unico responsabile.

In questi giorni, Salvini è riuscito a trasformare la sua immagine da quella dell’uomo forte alla guida di una ruspa (rievocando il mussoliniano trattore) a quella del leader sensibile che si dispiace nel vedere i bambini piangere a causa del lancio di uova.

Salvini va combattuto soprattutto culturalmente, è qui che la sinistra, quella vera, trova il suo compito. Non rinunciare mai a smontare pezzo dopo pezzo le falsità, le bugie, le ipocrisie. Una grande battaglia culturale da affrontare giorno dopo giorno, per vincere la partita della tolleranza, della memoria, dei diritti, della verità. Togliendo ai Salvini, ai Borghezio, alla destra xenofoba di questo paese l’aria da cui traggono l’ossigeno per le loro urla. Urla e parole piene, appunto, soltanto di odio. E di aria.

@FilippoTreiani

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