Sabato scorso Hillary Clinton è tornata a New York per il lancio definitivo e ufficiale della sua campagna. Il primo discorso in grande stile, non su un tema specifico ma sul significato della sua candidatura. Sole, tanta gente e una scelta del luogo in cui parlare evocativa: l’ex senatrice ha parlato ai suoi sulla Roosevelt island.

Che candidata sarà Hillary Rodham Clinton? Si presenta davvero come una Robin Hood come l’ha dipinta il destro (e spiritoso) tabloid della città, in New York Post, per sottolineare il paradosso di una donna potente e miliardaria che sceglie di lanciare la sua campagna attaccando i miliardari e Wall street? E come mai è così lontana da se stessa o dalle politiche che furono dell’amministrazione di suo marito Bill? Il discorso ci aiuta a dare qualche risposta a queste domande.

La linea politica scelta da Hillary Rodham Clinton è (esclusa la politica estera) piuttosto a sinistra: congedo di maternità, asili, riforma dell’immigrazione, incentivi per l’aumento dei salari, energie rinnovabili. Tutto sotto l’etichetta di un’America che riparta dalle quattro libertà di cui parlava il presidente del New Deal nel 1941 e dipinte da Norman Rockwell nel 1943 (di parola, di culto, dal bisogno, dalla paura): opportunità, lavoro, sicurezza (sociale), diritti civili, miori privilegi per pochi e aumento dello standard di vita per tutti. “La prosperità si costruisce tutti assieme e poi la si divide tra tutti” ha detto Hillary, l’idea per cui se i ricchi sono più ricchi tutta la società ne otterrà dei benefici non ha funzionato. Le differenze con la Clinton del passato sono presto dette: tra i ruggenti anni 90 e oggi l’America è cambiata, sia dal punto di vista dello sguardo della società sulle libertà civili (o sul ruolo delle donne), che in materia economica. La crisi ha rivelato quel che era vero da tempo: negli Stati Uniti c’è troppa ricchezza e troppa povertà e la gigantesca middle class non cresce più come un tempo. E’ quindi tempo di cercare consensi, anche tra i bianchi della middle class, proponendo cose che modifichino con moderazione lo status quo.

C’è poi un calcolo elettorale in questo schema: negli Stati Uniti si vince soprattutto se a votare va il tuo elettorato, se lo convinci che andare alle urne è importante. L’elettorato democratico oggi è più a sinistra di quanto non fosse negli anni 90, sia perché, come l’America, è un patchwork di minoranze, sia perché spesso colpito dalla crisi per quanto riguarda la pensione integrativa, il debito per fare l’università, il lavoro. Clinton sa che per vincere deve intanto galvanizzare la propria base e sottrarla agli sfidanti minori che avrà alle primarie, il senatore socialista del Vermont Bernie Sanders, in testa,  decisi a sottrarle l’elettorato liberal e di sinistra. E per arrivare alla Casa Bianca bisogna intanto vincere le primarie.

Allo stato attuale il modo migliore per vincere per Clinton sembra essere la ricostruzione  della coalizione Obama, per poi eventualmente allargarla a segmenti dell’elettorato bianco che da decenni votano repubblicano. Non è un caso se nel discorso ha parlato di giovani imprenditori della Silicon Valley così come di infermiere, lavoratori dei fast-food, operai (i soli bianchi a maggioranza), categorie che in questi anni sono state protagoniste di battaglie sindacali innovative. E dei diritti per gli Lgbt. Questi gruppi attivi nella società vanno arruolati alla causa, non promettendo un candidato tutto nuovo – che nessuno spin doctor, nemmeno il più geniale, riuscirebbe a vendere Hillary come novità – ma politiche che consolidino il lavoro di Obama e che, superino definitivamente la crisi,  costruiscano un futuro migliore. Politiche per le quali serve una persona esperta, tenace e con le idee chiare. Possibilmente una donna e una nonna.

Le donne, anche quelle della sua generazione, possono essere un altro gruppo importante a cui parlare: “Non sarò la più giovane candidata, ma di certo sarò la più giovane presidente ad entrare alla Casa Bianca (e la prima nonna)” è la battuta che ha già fatto il giro del Web.

Clinton è molto dura con i suoi avversari repubblicani: io non sono giovane? Loro conoscono una sola canzone, “Yesterday” dei Beatles, sono amici dei ricchi – che li finanziano – e negano il cambiamento climatico. Non guardano, insomma, al futuro.

A proposito di minoranze, la proposta sulla registrazione automatica dei cittadini al voto – che sarebbe una rivoluzione per la politica Usa – punta proprio a incentivare il voto delle minoranze. Con la maggioranza dei governatori degli Stati repubblicani, il diritto di voto sarà un tema cruciale della prossima campagna elettorale: ci sono mille modi per disincentivare la partecipazione delle minoranze e i repubblicani li useranno tutti.

Hillary avrà i suoi problemi a vendere all’America di nuovo se stessa e per farlo deve riuscire a convincere gli americani che la sua candidatura non è solo dettata dalla ambizione personale. Dovrà convincere le donne che con lei compieranno un passo storico nella giusta direzione – come fece Obama con le minoranze. E’ una sfida difficile, ma tutt’altro che impossibile. Rispetto a otto anni fa, quando l’attuale presidente le rovinò la festa, Clinton appariva rilassata e a suo agio prima del discorso. Non è una grande oratrice come Obama e dovrà riuscire a entrare in sintonia con l’elettorato, far sentire che sebbene distante dalla middle class, riesce ad avvertirne le ferite, i bisogni, la voglia di futuro. Per riuscire dovrà smussare degli angoli, essere meno Segretario di Stato e molto più nonna. Se ci dovesse riuscire sarà un bene per l’America. E anche per l’Europa, avvitata nella sua crisi da austerity mentre in America si parla, con moderazione, di ampliare i diritti e redistribuzione.

@minomazz

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