Nove persone, tre uomini e sei donne, sono morte, uccise mentre pregavano in una delle più vecchie e famose chiese di Charleston, la Emanuel Ema, dove un tempo parlò anche Martin Luther King. La splendida città della South Carolina, vecchio centro del commercio degli schiavi e località turistica di grande attrattiva, non è particolarmente attraversata da tensioni razziali: è ricca, turistica e piuttosto bianca. Tra i presenti in chiesa, sono solo tre i sopravvissuti. L’assassino è un 21enne bianco di nome Dylan Roof, ed è stato arrestato durante la fuga nella confinante North Carolina. Qui sotto la foto del suo ingresso in chiesa e quella del suo profilo facebook. Da notare le bandiere sulla giacca, che sono quelle nazionali della Rhodesia e del Sudafrica, i due paesi dell’apartheid. Un modo di dichiarare la propria ideologia suprematista bianca senza essere troppo riconosciuti.

 

dylan roof

 

 

La strage di Charleston è l’ennesimo caso drammatico di uso delle armi da parte di un cosiddetto “lupo solitario” contro una comunità. Negli anni passati si erano spesso verificati attacchi di questo tipo contro i musulmani o altri gruppi di religioni diverse: nel 2012 il suprematista bianco e veterano di guerra Wade Michael Page aveva ucciso sei sikh all’interno del tempio di Oak Creek in Wisconsin.

Suprematismo bianco e tensioni razziali sono cruciali in uno stato come la South Carolina, orgogliosa (in gran parte della sua popolazione bianca) delle sue piantagioni, davanti al cui Campidoglio sventola ancora la bandiera confederale e troneggia la statua di Ben “forcone” Tillman, governatore a cavallo tra ‘800 e ‘900 noto per le sue posizioni razziste e dove, ad aprile, la polizia ha ucciso, sparandogli alle spalle, Walter Scott, afroamericano di North Charleston città-sobborgo dove metà della popolazione è nera. Ogni anno, il giorno in cui si celebra il Martin Luther King Day, la marcia sfila davanti a gruppi che sfidano gli aroamericani con le loro bandiere confederali. Minoranze estreme, ma ben radicate negli Stati del Sud.

I dati Fbi più recenti riguardano il 2013 e dicono che in quell’anno sono stati commessi 5928 “hate crimes” (crimini motivati da pregiudizio razziale, religioso, di genere), quasi la metà dei quali a sfondo razziale – il 20,8% generati da ragioni legate all’orientamento sessuale, il 17,5% da quello religioso. La strage della chiesa non è quindi una stranezza, ma solo un episodio più grave e drammatico degli altri – nella maggior parte si tratta di intimidazioni, distruzione di proprietà, aggressioni semplici o aggravate.

Volendo fare un’ipotesi – senza conoscere a fondo la dinamica della strage o le sue motivazioni – è probabile che i morti di Charleston siano figli di Ferguson e delle proteste che ne sono seguite. L’azione dei lupi solitari è infatti spesso conseguenza del rumore di fondo dei media: se in onda vanno servizi sul pericolo radicalismo islamico è più probabile che capitino episodi contro luoghi o persone di religione musulmana. Oggi è il tempo di una nuova grande discussione sul pregiudizio razziale della polizia americana e delle proteste dei neri. Tra le vittime della strage, tra l’altro, c’è anche Clementa Pickney, pastore della chiesa, senatore dello stato e forte sostenitore delle videocamere obbligatorie sulle divise della polizia.

Secondo il South Poverty Law Center, un gruppo che tra le altre cose raccoglie i dati sull’estremismo di destra nel Paese, negli Stati Uniti, negli ultimi due-tre anni il numero di gruppi estremisti attivi  è in lieve calo, tra 2009 e oggi sono calate le falangi del Ku Klux Klan e di altri gruppi suprematisti bianchi e aumentate le bande di skinheads e anti-islamici. Gli anni Duemila sono però segnati da un generale aumento dell’attivismo xenofobo. A cui certo l’elezione di Obama ha dato slancio. I dati sono rappresentati nella figura qui sotto e includono anche gruppi di afroamericani anti-bianchi.

 

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Razzisti, suprematisti, estremisti religiosi: 2004-2014 Chi sono gli hate groups, contro chi se la prendono (South Poverty Law Center)

 

A crescere è il numero di hate crimes perpetrati da “lupi solitari”, che questi siano razzisti, nazionalisti o convertiti e aderenti all’Islam. Come si evince dalla figura qui sotto, anch’essa opera del South Poverty Law Center, il numero di attacchi perpetrati da singoli è pari al 74% del totale. I crimini sono per metà “hate crimes” e per metà anti-statali, una tipica bandiera dei gruppi libertari che detestano qualsiasi forma e intervento delle autorità federali nei loro affari. Nel caso di Charleston sappiamo ormai che si tratta di un crimine a sfondo razziale. Uno di quei crimini che, se in America circolassero meno armi, sarebbe altrettanto odioso ma meno tragico.

 

Lupi solitari e gruppi organizzati, gli hate crimes negli Stati Uniti (South Poverty Law Center)

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