Dopo il meno 5,9% registrato mercoledì 8 luglio, momento più basso di un calo durato quasi un mese, l’indice Shanghai Composite ha chiuso la settimana – venerdì – con un rialzo del 4,5%, che proseguiva il rimbalzo del 5,8% di giovedì: il miglior risultato dal 2009.

Molti hanno parlato di rischio bolla e di crollo delle borse di Shanghai e Shenzhen – magari tirandosi dietro anche quella di Hong Kong – che avrebbe impoverito milioni di piccoli azionisti e, forse, provocato instabilità sociale. Sarebbe forse più corretto dire che i mercati azionari cinesi sono volatili a causa di alcune caratteristiche specifiche.

La volatilità sia al rialzo (fino a metà giugno) sia al ribasso (nell’ultimo mese) che si è manifestata nei mercati cinesi onshore (A-Shares), cioè Shenzhen e Shanghai, nasce dalla politica monetaria espansiva adottata dal governo di Pechino, a cui si somma l’entusiasmo degli investitori retail: novanta milioni di piccoli azionisti (appena più degli iscritti al partito comunista, la maggior parte dei quali senza titolo di studio superiore) che quotidianamente giocano in borsa quasi come al casinò. Questi “gnomi” connotano da sempre il mercato azionario cinese, ma si sono riversati in borsa soprattutto sul finire del 2014, spinti dalla contrazione del mercato immobiliare e da tassi di interesse tenuti bassi politicamente (il grafico di Vox.com  qui sotto, mostra bene il boom di conti per compra-vendita di azioni aperti tra giugno 2014 e maggio 2015, più di 40 milioni) . Tutte mosse volute dal governo per sgonfiare la bolla del mattone e per stimolare la domanda interna attraverso l’effetto ricchezza.

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Socialmente e politicamente, il tentativo di trasformare la piccola borghesia cinese nata dalla proprietà immobiliare in un magma più diversificato, dove gioca un ruolo sempre maggiore la finanza, può essere visto come un’operazione messa in atto dal Partito per rinnovare il patto sociale che tiene insieme il Paese da dopo Tian’anmen: voi arricchitevi, noi governiamo.

La politica ha funzionato nel senso che la Borsa cinese ha conosciuto un vero e proprio boom. Un andamento simile a quello del biennio 2008-2009, con una differenza: in quegli anni l’economia tirava. Il rallentamento dell’economia reale, determinato dalla crisi americana ed europea trascinò giù anche i mercati azionari. Stavolta invece, nonostante dei dati di crescita piuttosto fiacchi per gli standard cinesi degli ultimi anni (7,4% nel 2014), le Borse continuavano a crescere (il grafico MarketWatch qui sotto mostra l’andamento del listino di Shanghai e si nota sia il declino del mercato azionario che il boom dell’ultimo anno, stavolta non legato all’andamento dell’economia)

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 Gli investimenti dei piccoli azionisti a cui veniva indicata la via delle borse si sono fondati in molti casi sul margin financing, cioè l’indebitamento per l’acquisto di titoli. In pratica, gli “gnomi” cinesi prendono soldi a prestito non solo per comprarsi la casa o la macchina, ma anche azioni. All’origine, la necessità di valorizzare i propri risparmi per garantirsi un futuro sereno, dato che il welfare (sanità, pensioni) è ancora allo stato primitivo e non raggiunge tutti. Insomma, metto fieno in cascina (denaro) per i tempi grami.

Il margin financing (o anche margin lending, margin credit, a seconda dei punti di vista) esiste un po’ ovunque, ma in Cina è fenomeno diffuso proprio per la forte presenza di piccoli investitori “non informati”: così, da maggio 2014 a maggio 2015, il totale del margin credit è passato da 400 miliardi di RMB a 2.100 miliardi.

Da tempo, i più avveduti analisti economici esperti di Cina, prevedevano che la correzione al ribasso sarebbe prima o poi arrivata. Ma nessuno sapeva prevedere quando e in quale entità. È  successo a giugno, quando è iniziata una correzione di alcuni dei titoli più speculativi e con bilanci poco brillanti, che nei mesi precedenti avevano ricevuto valutazioni eccessive rispetto ai loro fondamentali.

Su questo rallentamento, si è innestata l’ondata di vendite legata alla natura stessa del margin financing, che tanto può dare in salita ma altrettanto toglie in discesa. I broker che forniscono i crediti agli “gnomi”, ottengono infatti in cambio, come garanzia, lo stesso pacchetto azionario del cliente. Se il calo dei valori azionari mette il rimborso del prestito a rischio, possono incamerare e vendere le azioni. Si verificano così vendite d’emergenza che possono amplificare il crollo del mercato, così come gli acquisti a credito hanno amplificato il ​​boom. Ed ecco spiegata la volatilità del mercato cinese.

E’ in questo momento che è entrato in gioco il governo cinese, navigando a vista ma con parecchie frecce nella propria faretra, secondo consolidata tradizione di “interventismo” quando gli eccessi del mercato mettono il sistema a rischio.

Le misure adottate da Pechino:

  • Sono state temporaneamente sospese le IPO.
  • La borsa di Shanghai, la borsa di Shenzhen e China Securities Depository and Clearing Co. Ltd hanno annunciato la riduzione dei costi di negoziazione sui mercati A-share.
  • La China Securities Regulatory Commission (cioè la Consob cinese) ha stabilito che soci, amministratori o dirigenti d’azienda che detengono quote azionarie superiori al 5% non possono vendere i loro asset per i prossimi sei mesi.
  • I 21 principali broker della Cina si sono impegnati a investire almeno 120 miliardi di RMB in Exchange-traded fund (ETF, fondi d’investimento) di blue chip (cioè le azioni di società a più alta capitalizzazione). Tali broker si sono inoltre impegnati a non vendere le azioni.
  • La People’s Bank of China si è impegnata a dare liquidità alle istituzioni finanziarie che hanno sostenuto il margin financing

Infine, al di là dell’azione del governo, ha avuto luogo la sospensione di oltre 1.400 titoli, determinata dalle stesse aziende per il timore di cali eccessivi del loro valore.

A questo punto, il mercato ha dato segnali di ripresa. Più in generale, l’impressione è che il governo stia cercando di trasferire il peso del mercato dai piccoli “gnomi” a investitori più solidi, istituzionali. Cioè, fondamentalmente, a se stesso (di nuovo, l’interventismo).

Quanto alla fiducia nel futuro, va detto che durante tutto il trambusto dell’ultimo mese, i fondi d’investimento Usa hanno continuato a pompare dollari nel mercato cinese. L’ha osservato l’agenzia EPFR Global di Boston, secondo cui l’aumento dei valori azionari che si è verificato nell’anno precedente al 12 giugno è così grande che oltre l’80% degli Exchange-traded fund focalizzati sulla Cina chiuderà comunque l’anno in attivo.

Il mercato azionario cinese continua a fare gola agli investitori internazionali come ghiotta occasione di diversificazione. Secondo Fidelity Worldwide Investment, agenzia di gestione fondi che opera in Cina, l’ottimismo sul medio-lungo periodo deriverebbe dal fatto che “il sistema finanziario cinese continua a essere sostenuto dal governo, che dispone di più di 3.000 miliardi di dollari di asset da destinare alle aree problematiche”.

La Cina è inoltre impegnata in una grande transizione che dovrebbe portare l’economia a gravitare maggiormente sui consumi interni e a dipendere meno dalle esportazioni e, quindi, dall’andamento delle altre grandi economie. Questo fa presagire misure espansive da parte di Pechino che, se dovessero funzionare potrebbero determinare benefici anche per il mercato azionario.

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