Scott Matthew è un 44enne barbuto, timido e scarmigliato, sorridente e molto disponibile, un cantautore dalla voce delicata e piena di pathos. Nato e cresciuto in Australia, vive da tempo a New York. Dal 2008 ha pubblicato 5 dischi tra cui “Unlearned” un raccolta di cover reinterpretate alla maniera sad-punk. L’ultimo suo album si chiama This Here Defeat, è uscito a marzo 2015 ed è stato registrato a Lisbona con la collaborazione di Rodrigo Leão fondatore dei Madredeus.

È considerato un importante portavoce della causa Lgbt per aver realizzato la colonna sonora del film Shortbus (2006) di John Cameron Mitchell. «Non sono stato investito di nessuna carica, non mi sento un’icona di nessun movimento ma piuttosto ne condivido le prerogative, credo che la mia lotta, se così la vogliamo chiamare, si svolga ad un livello più intimo e più generale, preferisco sentire parlare di parità di diritti per gli tutti gli esseri umani».

Lo incontriamo ad Atri, cittadina dell’Appennino abruzzese ricca di storie e cultura, arroccata su colline da cui si vede il mare. E’ notte fonda la gente nella piazza si dirada fino a scomparire e il Teatro comunale, una riproduzione in scala del San Carlo di Napoli, diventa la cornice perfetta per scambiare qualche parola con l’artista.

Scott sale sul palco, ha sulle spalle la chitarra e in mano la custodia con l’ukulele. Non si deve esibire ma dice “non si sa mai”. Ha lo spirito entusiasta di chi veramente crede in ciò che fa e, anche se è da un po’ passata la mezzanotte ed è appena sceso da un aereo, non c’è una sola nota di stanchezza nelle sue parole. Ciò che traspare è la curiosità e l’interesse per le storie delle persone che incontra. «Non ho mai trovo l’ispirazione in una città, New York è come qualsiasi altro posto nel mondo, sono le persone che mi ispirano, le esperienze, la vita, l’amore e la fine delle cose».


 

Come sei arrivato qui tra questa gente e queste colline?

Christian Jerger, il mio manager, è innamorato di questo posto, è il suo rifugio. Mi ha chiesto di seguirlo per qualche giorno di riposo prima del Siren Festival di Vasto. Ho incontrato i suoi amici e mi sto rilassando. Ora sono davvero contento di aver accettato l’invito. Qui sono stato accolto con calore e la gente mi ha accettato per la persona che veramente sono al di là del fatto che sono un cantante, del mio lavoro o delle mie preferenze sessuali, non è cosa da poco poter essere se stessi. Credo che il mondo stia rapidamente cambiando, sto parlando di come la gente percepisce la questione della libertà di espressione. Non ho avuto un’infanzia facile in Australia, per il fatto di essere gay ho vissuto lo scherno e la violenza della gente, venivo sempre picchiato, non mi sentivo nemmeno in diritto di essere vivo. Odiavo l’Australia. E me ne sono andato ma poi, l’anno scorso ci sono tornato e tutto era cambiato. Era tutto diverso. Ho avuto l’impressione che nel frattempo si fosse compiuta una sorta di accelerazione evolutiva. La sensazione è che questo stia accadendo a livello globale. Nel mese che ho passato là mi sono sentito orgoglioso di essere australiano. Mi sono riconciliato con il passato e con le mie origini, pensavo che questa possibilità mi fosse preclusa. Sbagliavo.

Come vive un musicista, che di fatto è diventato una voce importante per i movimenti per i diritti lgbt, negli Stati Uniti? Che cosa è cambiato dopo la sentenza della Corte suprema che ha riconosciuto il diritto al matrimonio di persone dello stesso sesso?

È stata una sorpresa. Ci siamo stupiti, eravamo tutti increduli perché l’America è un paese davvero conservatore ed è stato meraviglioso shock. Ho pianto la mattina che ho sento la notizia ma credimi c’è stata anche una fortissima reazione alla sentenza. Non è tutto e solo positivo, non è che ora sono tutti felici e contenti o hanno accettato la decisione senza rimostranze, ma di certo, è stata una cosa fantastica. Puoi resistere quanto vuoi ma quel cambiamento, questo tipo di cambiamento, sarà uno tsunami e alla fine si porterà via ogni resistenza. Dobbiamo essere pazienti. Ora sappiamo che succederà, ci sono le prerogative e le condizioni. La speranza è che avvenga universalmente per ogni aspirazione che riguarda le libertà fondamentali.

La Corte europea per i diritti umani ha recentemente sanzionato l’Italia per non aver ancora preso posizione sul riconoscimento legale per le coppie dello stesso sesso. Credi che la vicinanza al Vaticano possa avere un ruolo in questo ritardo? Sei religioso?

I cambiamenti avvengono rapidamente di questi tempi e voi in Italia avete alle spalle una storia millenaria con il Vaticano, forse non accadrà tra due anni ma prima o poi qualche cosa succederà. Credo proprio che quest’onda colpirà anche voi e vi colpirà forte. Penso inoltre che se questo non sta avvenendo è perché, quella che dicono essere la parola di Dio e stata probabilmente fraintesa. Io sono ateo ma capisco che la religione è per molti un’àncora di salvezza, credo anche che da qualche parte dentro di loro, queste persone sappiano dove sta la “verità”. Ognuno con un po’ di cervello, religioso o no, sa che la discriminazione o il fatto di non riconoscere i diritti fondamentali agli esseri umani è profondamente sbagliato e che quella non può essere la parola di Dio. Questa equazione per me è così semplice, lineare, ma ci vorrà ancora tempo prima che possa essere accettata universalmente. Quando la sentenza è stata emanata in America è diventato illegale impedire alle persone di sposarsi, prima c’erano Stati in cui a una coppia dello stesso sesso poteva essere rifiutata la possibilità di contrarre matrimonio e poi le obiezioni si sono trasformate in una cosa legata ai loro diritti religiosi. Insomma, diritti umani e libertà religiose spesso si scontrano, la lotta è ancora tutta da combattere, ma ora abbiamo una decisione della Corte, è stata presa una posizione chiara ma la mentalità non cambia da un giorno all’atro, ci vorrà ancora un po’ di tempo.

Hai una carriera musicale davvero interessante. Dopo aver inciso un album con il tuo gruppo gli Elva Snow, insieme a Spencer Corbin, uno dei membri della band di Morrissey, hai prestato la tua voce alle colonne sonore di film Anime come Cowboy Bebop e la serie Ghost in the Shell. Poi, hai ottenuto il riconoscimento internazionale con il film Shortbus. Ti da fastidio essere sempre associato a quell’esperienza?

Assolutamente no. Anzi ne sono orgoglioso. Ho guadagnato i primi soldi come musicista cantando per la compositrice Yono Kanno che in Giappone aveva il monopolio delle colonne sonore per i film Anime come “Cowboy Bebop” e la serie di Ghost in the shell di cui cantavo la sigla finale. Sono stato invitato a Tokyo e ho cantato davanti ad una platea di 50 mila persone. Mi hanno letteralmente sparato fuori dal palco con un carrello elevatore, ora capisco che cosa prova Beyonce (ride). Lì ho avuto la percezione di quello che può significare la parola “successo”. La gente mi assaliva per strada per chiedermi autografi, urlavano e piangevano. È stato incredibile e un po’ spaventoso. Dopo quella esperienza continuavo a domandarmi che cosa volessi fare davvero della mia vita. Avrei voluto sapere se qualcuno amava quello che scrivevo. Non mi interessava il successo ma volevo essere apprezzato per ciò che facevo. Stavo per abbandonare tutto. Poi ho ricevuto l’offerta per scrivere la colonna sonora di Shortbus. Un’esperienza che mi ha cambiato la vita. È stato come ricevere un dono. Per me non smetterà mai di essere una cosa importante. Non solo è stata una bella avventura dal punto di vista umano, ma ha significato tutto per la mia carriera. Quel film corrispondeva alla mia visione delle cose e rispettava la mia sensibilità. È stata la piattaforma perfetta, rappresentava una comunità con la quale avevo familiarità e sentivo che era il modo giusto e accettabile per presentare la mia musica alle persone.

Alle tre di notte Scott sembra essersi rianimato e chiede di poter cantare nel teatro vuoto per noi, una piccola troupe e qualche amico che prima lo aveva accompagnato a cena. Ci vuole ringraziare. Imbraccia la chitarra e attacca con le note di Smile di Charlie Chaplin. Come se nel teatro fosse scattato un interruttore, lo spazio è sembrato riempirsi. Tutti i presenti hanno chiuso gli occhi almeno un istante.

@fpolko

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