Da martedì sera, Sunjay Gookooluk, si trova nuovamente al Cie di Ponte Galeria. Scrittore e attivista, con il suo diario ha denunciato a fondo il trattenimento disumano subito nel Cie, raccontando (anche su Left) di quei tre mesi.

11898558_1619246151686768_4863082117245617014_nCittadino delle Isole Mauritius e in Italia da più di vent’anni, Sunjay, come racconta anche nel monologo raccolto da Giulio Cavalli per Left, stava cercando di rifarsi una vita, a Roma. Ma «lunedì pomeriggio», racconta il giornalista Giacomo Zandonini, «ci siamo visti per prendere un caffè. Lo avevano chiamato per notificargli un atto alla questura di Trastevere e mi chiede di accompagnarlo, fiducioso che non sia nulla di grave. In effetti è il deposito di un ricorso relativo al gennaio 2013. Per ritirarlo serve però un documento: Sunjay tira fuori il bancomat, il codice fiscale, la fotocopia del passaporto delle Mauritius che ha perso… ma nulla. Bisogna portarlo alla questura centrale per un fotosegnalamento e, come dice più volte il sovrintendente di Polizia Ponzi, in qualche ora sarà fatta. Arriva una volante e il sig. Ponzi scambia qualche occhiata di intesa con gli agenti. Chiediamo più volte che Sunjay possa tornare domani o faccia una delega all’avvocato per ritirare i documenti. Ma no, “facciamo subito così non ci si pensa più”. Sunjay viene caricato sulla volante dopo una breve perquisizione e il sequestro del cellulare. Non è in arresto ma non potrà comunicare con nessuno per 26 ore, durante le quali sarà tenuto, in gran parte, in una stanza con aria condizionata e luce accesa, seduto per terra senza poter mangiare né assumere i medicinali per il diabete. Da lì riportato nel Cie, dove finalmente riusciamo a contattarlo. L’ennesimo abuso, per cui Sunjay è pieno di rabbia. Ma ha anche, incredibilmente, fiducia e voglia di combattere, anche con la scrittura, come aveva fatto già in passato, vincendo concorsi letterari e pubblicando su Left. Una fiducia che il Cie spesso ti strappa via lentamente. Ora, è urgente diffondere, far conoscere la sua storia, fare pressioni, denunciare».
«Dostoevskij scriveva che se avessimo il potere di decidere dove nascere, ognuno di noi avrebbe scelto di nascere in una famiglia vera, agiata o almeno benestante», ha scritto Sunjay in una delle pagine del suo lungo diario. «Ma tutto questo non è stato concesso da dio a noi comuni mortali: perciò ognuno deve sopportare il proprio fallimento, la propria croce. Anch’io desidero ricostruire una vita sana e onesta, basata sul lavoro».

per seguire la vicenda e l’appello: #FreeSunjay

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