Cominciamo dalle definizioni. Potremmo dire che si è poveri quando non si riescono a tradurre le proprie capacità in funzionamenti, cioè quando non si ha accesso alle risorse necessarie per realizzare, se lo si desidera, un livello di vita adeguato in una società e contesto dati. O peggio ancora, quando le risorse sono così ridotte da mettere in pericolo le capacità stesse, come avviene, ad esempio, quando un bambino non può andare a scuola, o la deve abbandonare precocemente, o è costretto a lavorare duramente in età precoce, o quando la malnutrizione incide sul suo sviluppo fisico e in taluni casi anche intellettivo.

Questo almeno per citare Amartya Sen. L’antropologo Arjun Appadurai aggiungerebbe che la povertà estrema è quella in cui viene uccisa anche la capacità di aspirare, di immaginare di poter cambiare la propria condizione. È una questione di risorse materiali, ma anche di controllo sul proprio orizzonte di vita, sullo stesso senso di dignità e valore personale. In questo senso la povertà è una forma specifica di disuguaglianza, in quanto non riguarda solo gradi di distanza tra gruppi o individui nella disponibilità di risorse, ma una condizione di insufficienza.

Questa specifica disuguaglianza poi, a volte, ma non sempre, si intreccia con altre: con quella di genere, ad esempio, con l’etnia, con lo status di migranti. Le conseguenze della povertà possono toccare anche dimensioni non materiali dell’esistenza, quali l’accesso alla formazione, la possibilità di scegliere l’occupazione più confacente alle proprie competenze e di negoziarne le condizioni senza dover invece accettare qualsiasi lavoro, anche squalificante e a qualsiasi condizione. Solo dai poveri, infatti, ci si aspetta che siano disponibili a fare “qualsiasi lavoro”. Ciò avviene anche in alcuni regimi di welfare più generosi di quello italiano, che prevedono un reddito minimo per i poveri ma in cambio dell’assistenza economica, richiedono a chi la riceve di accettare qualsiasi lavoro venga loro offerto, anche se molto al di sotto delle loro qualifiche e delle loro aspettative, forzandoli, in quella che lo studioso francese Serge Paugam ha definito come “integrazione squalificata”. libro saraceno

L’esperienza della povertà materiale, infine, può anche ridurre, se non impedire, di partecipare alla vita sociale e politica, perché non se ne hanno le risorse, materiali o culturali, perché ci si sente, o si viene fatti sentire, inadeguati. È per questi possibili effetti sugli aspetti non strettamente materiali dell’esistenza che la povertà costituisce, non solo un problema morale, e neppure solo un problema di equità o giustizia sociale, ma anche un problema di democrazia.

Esistono diversi modi di misurare la povertà. I più diffusi si riferiscono ad una definizione relativa o viceversa assoluta di povertà. Nel primo caso la povertà è definita in riferimento al tenore di vita medio di una popolazione, misurato dai consumi o dal reddito: è povero chi si trova gravemente al di sotto di quel tenore di vita medio. Nel secondo caso, la povertà è definita come impossibilità di accedere al consumo di un paniere di beni definiti essenziali. Non si tratta di definizioni necessariamente in competizione tra loro. Colgono ciascuna, piuttosto, un particolare spazio della, e insieme punto di vista sulla, povertà materiale. Sono complementari. L’incidenza della povertà assoluta risulta più bassa di quella misurata con il criterio della povertà relativa, ma è anche meno sensibile a variazioni congiunturali nella distribuzione dei redditi e nel livello del tenore di vita.

Per questo l’indicatore di povertà assoluta è uno strumento molto importante per valutare il mutamento nelle condizioni di vita dei più poveri e nel tasso di entrata (o uscita) dalla povertà da un anno all’altro. Ad esempio, in Italia, negli anni della crisi, mentre la povertà relativa misurata dal reddito è aumentata in modo molto contenuto, l’incidenza della povertà assoluta è peggiorata sensibilmente, passando dal 4,1 per cento, nel 2007, al 7,9 per cento nel 2013. Un modo di valutare la povertà concettualmente simile, anche se non identico, a quello della povertà assoluta è quello che considera l’esistenza di deprivazioni specifiche. L’analisi della deprivazione considera l’incapacità di effettuare una serie più limitata di specifici consumi e attività: dal riscaldamento adeguato al pagamento delle bollette e dell’affitto, dall’impossibilità a pagare le spese mediche a quella di fare un pasto proteico almeno ogni due giorni, fino alla impossibilità di sostenere una spesa necessaria e improvvisa.

Questo approccio è adottato anche da Eurostat per l’Unione Europea, ad integrazione della misura della povertà relativa (o del rischio di povertà). Viene considerato “deprivato” chi in un anno dato sperimenta almeno tre deprivazioni da una lista di nove, e “gravemente deprivato” chi ne sperimenta quattro o più. Nell’Unione Europea nel suo complesso l’incidenza della deprivazione negli anni della crisi è passata dal 16,1 per cento nel 2008 al 22,3 per cento nel 2011. La crisi iniziata a fine 2007 ha dunque prodotto un peggioramento delle condizioni di vita per una porzione non irrilevante della popolazione, intaccandone la qualità della vita, e non per quanto riguarda il superfluo, bensì la adeguatezza e sicurezza quotidiana: nutrirsi adeguatamente, non diventare morosi nel pagamento delle spese di casa, anche per non innescare circoli viziosi che non possono che produrre peggioramenti, curarsi quando necessario e così via. Più netto ancora è stato, tra il primo e il secondo periodo della crisi, l’aumento dell’incidenza della grave deprivazione materiale, ovvero di individui che sperimentano più di tre tipi di deprivazione. La povertà e la deprivazione possono essere un’esperienza occasionale, o invece ripetuta o duratura. Si tratta di situazioni molto diverse per i soggetti che la sperimentano nell’uno o nell’altro modo.

At-risk-of_poverty_or_social_exclusion_rate,_2012_and_2013

 

(La povertà in Europa – Eurostat 2014)

Senza sottovalutarne i costi psicologici, un episodio circoscritto di povertà può non incidere sostanzialmente sulle chances di vita e sul senso di adeguatezza di una persona o di una famiglia. In alcuni casi, può persino essere messo nel conto di scelte di vita (uscire dalla casa dei genitori per essere autonomi, avere un figlio riducendo temporaneamente il proprio impegno lavorativo e quindi il proprio reddito, cambiare lavoro, riducendo il proprio tenore di vita, e così via). L’esperienza ricorrente della povertà segnala invece il permanere di una vulnerabilità economica che, anche quando le cose vanno meglio, non riesce a garantire condizioni di sicurezza, riserve minime per far fronte ai periodi più difficili. Questa vulnerabilità è massima in casi di persistenza della povertà. Sono i casi in cui, più ancora che quando la povertà è ricorrente, non solo si creano le condizioni per una riproduzione della povertà da una generazione all’altra, ma è più elevato il rischio che povertà economica e deprivazione materiale si associno anche a vere e proprie forme di esclusione sociale.


Soprattutto, è molto rischioso sperimentare la povertà da bambini e ragazzi. I minori a rischio povertà o esclusione sociale in Europa sono ormai 27 milioni – più di 1 minore su 4, il 28 per cento, nei Paesi UE28 – con una crescita di quasi 1 milione in 4 anni (2008-2012) e di mezzo milione in un solo anno, tra il 2011 e il 2012, con un’incidenza tuttavia molto diversificata. In Italia raggiunge il 33,8 per cento, in Grecia, Ungheria e Lettonia varia tra 35 e 41per cento, per superare addirittura la metà del totale (52 per cento) in Romania e Bulgaria. Va segnalato che la maggior parte dei minori a rischio di povertà ed esclusione sociale vive in famiglie di lavoratori poveri, in cui il reddito da lavoro è insufficiente a far fronte ai bisogni della famiglia. Negli anni della crisi non è aumentato, infatti, solo il numero dei disoccupati e delle famiglie in cui nessun adulto ha un lavoro. È aumentato anche il numero dei lavoratori poveri e delle famiglie povere nonostante vi sia un occupato

Il rischio che si produca uno squilibrio tra redditi da lavoro e bisogni famigliari è tanto più alto quanto più alta è la percentuale delle famiglie monoreddito (tanto più anche quando monogenitore) e tanto più scarsi sono i trasferimenti dallo Stato legati alla presenza di figli, come avveniva e avviene tuttora in Italia. In questa prospettiva, si può dire che, se all’interno di ciascun paese il rischio di essere lavoratori poveri su base famigliare è più elevato per i lavoratori a basso salario che sono gli unici percettori di reddito, questo rischio è diversamente distribuito tra i Paesi in base al tasso di occupazione femminile, da un lato, e al grado di sostegno al costo dei figli garantito dal welfare nazionale, dall’altro. In altri termini, vi è una stretta interdipendenza tra caratteristiche dei welfare state, caratteristiche e composizione delle famiglie e tasso di partecipazione al mercato del lavoro dei componenti dei nuclei familiari.

t @LeftAvvenimenti

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