La guerra siriana e quella dei rifugiati in fuga dalla guerra si intrecciano in maniera sempre più stretta dopo le parole di Putin sulla disponibilità da parte del presidente dittatore Assad a condividere un po’ di potere con parte delle fazioni che ne combattono il regime. Ecco un quadro della giornata sui vari fronti.

Il Mediterraneo sarà la tomba di altre decine di persone: da una barca naufragata ieri notte al largo delle coste libiche mancano una cinquantina di persone, mentre 90 sono state salvate dalle imbarcazioni della Marina militare italiana. Ancora morti in mare.

 

Ungheria

Il braccio di ferro tra autorità ungheresi e profughi – per la stragrande maggioranza siriani – caricati su un treno e portati a Bickse, una trentina di chilometri da Budapest, prosegue. La polizia vorrebbe che i richiedenti asilo andassero a registrarsi presso il campo profughi, mentre questi temono che la loro registrazione in territorio ungherese renda poi impossibile spostarsi verso la Germania o altre destinazioni (secondo gli accordi di Dublino un richiedente asilo fa domanda e aspetta la risposta alla sua richiesta nel primo Paese dell’Unione europea in cui entra). Qui sotto una foto dell’interno del treno scattata da un rifugiato con il cellulare e spedita al corrispondente Bbc. Alle quattro circa le troupe televisive notavano la presenza di un numero crescente di poliziotti e un treno vuoto è stato messo sui binari trai vagoni carichi di rifugiati e i giornalisti. Treno semi-sgomberato e un morto tra le persone che cercavano di sfuggire alla polizia: un pakistano è scivolato sui binari battendo la testa.

 

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Un migliaio di rifugiati hanno lasciato a piedi la stazione di Budapest diretti verso il confine austriaco. Molti cantavano ironicamente «Grazie signor Orban». A far prendere loro la decisione la richiesta (non educata) del ministro degli Esteri ungherese Sziijarto, che intimava loro di lasciare la stazione di Keleti, «Che non è un campo profughi». Intanto il Parlamento ungherese ha approvato nuove norme anti-immigrazione: 3 anni di carcere per chi passa il confine illegalmente e per chi danneggia il muro eretto al confine con la Serbia. Qui sotto, nel tweet di un reporter di BuzzFeed, una foto della carovana.

 

L’Europa sembra essersi data una svegliata nonostante Orban e i suoi sodali politici sparsi ai quattro lati del continente. «Ora si parla di centinaia di migliaia di persone, ma l’anno prossimo parleremo di milioni di persone e non c’è fine a questo» ha detto il premier ungherese «Tutto d’un tratto scopriremo di essere in minoranza nel nostro continente», ha detto, invitando l’Europa «per mostrare la forza per proteggere i nostri confini». Passo indietro invece per il premier britannico Cameron e per molti altri premier: la drammaticità della situazione, la necessità di prendere le distanze dalla destra estrema e l’indignazione per la foto dei bambini morti sulla spiaggia di Bodrum hanno mosso qualcosa, ciascun Paese si sta attrezzando e promette più visti e ingressi. E forse anche la pressione digitale: qui sotto la mappa prodotta da Twitter che mostra quanto e come l’hashtag #RefugeesWelcome si sia diffuso. Italia, Francia e Germania hanno scritto all’alto rappresentante per la politica estera Mogherini chiedendo un sistema di quote armonico ed europeo. Alla lettera hanno risposto con un incontro i premier di Ungheria, Repubblica Ceca, Polonia e Slovacchia rifiutando il sistema europeo e sostenendo che le decisioni sugli ingressi devono rimanere pertinenza nazionale. C’è una divisone politica chiara tra Europa dell’est e occidentale.

 

Gallery| Budapest, Bicske e il confine greco-macedone

 

 Kos

A Kos, denuncia Amnesty International, la situazione è intollerabile e nella notte c’è stata un’aggressione ai profughi. Sull’isola soggiornano alcune migliaia di richiedenti asilo provenienti soprattutto da Siria, Iraq e Afghanistan in attesa di poter essere registrati. Qui sotto qualche riga del comunicato dell’organizzazione internazionale che ha mandato degli osservatori sull’isola.

Amnesty International, che ha assistito la scorsa notte a una brutale aggressione, ha potuto osservare le condizioni complessivamente drammatiche in cui si trovano i rifugiati sull’isola, verificando la presenza di neonati di una settimana tra le moltitudini di persone costrette a rimanere anche per giorni sotto un sole cocente in attesa di essere registrati dalle autorità locali. I ricercatori dell’organizzazione per i diritti umani hanno intervistato minori non accompagnati detenuti in condizioni deplorevoli insieme a persone adulte.
La notte scorsa, Amnesty International è stata testimone oculare dell’aggressione subita da un gruppo di rifugiati ad opera di 15-25 persone armate di bastoni che gridavano “Tornatevene a casa vostra!” e urlavano insulti. Gli aggressori hanno anche minacciato gli attivisti presenti (uno di loro è stato lievemente ferito e gli è stata sottratta la macchina fotografica) e un ricercatore di Amnesty International. Solo ad aggressione iniziata è intervenuta la polizia anti-sommossa che ha lanciato gas lacrimogeni disperdendo gli aggressori.

 

Siria

Parlando ancora di rifugiati e Siria: sembra che Assad sia pronto a cedere una parte del potere e a dialogare con una parte delle opposizioni che lo combattono in chiave anti ISIS. Così almeno ha annunciato Vladimir Putin, che gioca un ruolo centrale in una regione in grande sommovimento (Turchia, Iran, Iraq, Libano). L’intelligence americana, ma non solo, hanno notato una presenza crescente degli addestratori russi sul territorio siriano. E’ una partita diplomatica molto delicata che potrebbe cominciare davvero dopo anni di stallo perché: la crisi dei rifugiati sta assumendo proporzioni colossali, più nella regione che in Europa; Assad è in seria difficoltà da mesi; Europa e Stati Uniti cominciano ad essere più preoccupati dalla crescente influenza dell’ISIS che non dalla volontà di cacciare un dittatore barbaro che in questi anni ha infranto ogni convenzione di guerra possibile e violato qualsiasi diritto umano (come del resto fanno le milizie dell’ISIS a cavallo tra Siria e Iraq). Chi non gioca nessun ruolo, non accoglie un rifugiato e non muove un dito sono i ricchi Stati della penisola araba. Qui sotto una mappa sulla distribuzione dei rifugiati siriani nella regione: milioni tra Libano, Turchia e Iraq, zero nella penisola del petrolio.

 

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Per concludere la chiusa di un bell’articolo di Luay Al Khatteb, esperto di Medio Oriente della Brookings Institution ed ex rifugiato che spiega molte cose e da molti numeri e poi trova una bella e terribile immagine per spiegare la condizione di chi fugge dalla guerra.

La maggior parte delle persone ricorderanno le terrificanti scene dell’11 settembre 2001, quando le persone saltavano giù dai piani più alti delle Torri Gemelle. Dovremmo allo stesso modo ricordare che coloro che erano intrappolate nei grattacieli in fiamme e si gettavano nel vuoto piuttosto che aspettare di subire un destino orribile. E’ così diversa la tragedia dei rifugiati che rischiano la vita in mare, nei camion, sui treni? In qualità di ex rifugiato che come milioni di profughi valorizza la santità della vita sopra ogni cosa, risponderei di no.

@minomazz

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