In attesa che dal governo spieghino al Paese dove troveranno i soldi per abolire la tassa sulla prima casa senza tagliare ulteriormente i trasferimenti ai Comuni, ripubblichiamo l’articolo comparso su Left del 25 luglio nel quale spighiamo perché abolire le imposte a prescindere dai redditi è sbagliato.

Con l’annuncio della detassazione dell’abitazione principale, Matteo Renzi emula in maniera sfacciata Silvio Berlusconi, il quale, esattamente con la stessa proposta, vinse una prima volta le elezioni, nel 2008, e una seconda volta, nel 2013, rimediò all’ultimo momento a una ormai certa sconfitta elettorale, impedendo al Pd di Bersani una piena vittoria. «Se è andata bene per due volte a Berlusconi, perché non dovrebbe andare bene a me?»: così deve aver pensato il nostro baldanzoso presidente del Consiglio, preoccupato per i segnali di una riduzione del consenso elettorale. E ha sciorinato la ricetta berlusconiana, per la prima volta a un’attonita assemblea del partito.

Si sapeva da mesi che i tecnici di Renzi stavano lavorando all’ipotesi di una “local tax”, cioè di un’imposta comunale che avrebbe dovuto sostituire la Iuc, l’imposta una e trina – Imu, Tasi e Tari – che fu l’esito ultimo del disastroso processo di modifiche del tributo immobiliare comunale innescato dalla trovata di Berlusconi.

Si trattava di unificare l’Imu, l’imposta mutilata da Berlusconi della prima casa, con la Tasi, l’imposta sui servizi artificiosamente istituita per poter tassare nuovamente la prima casa. Si trattava inoltre di rimediare ad altri gravi difetti del sistema, a cominciare dalla demenziale tassazione degli immobili delle imprese e dalla altrettanto folle condivisione del tributo tra lo Stato e i Comuni. Per guadagnare consenso, Renzi aveva pensato di vendersi la local tax come imposta comunale unica: il nuovo tributo comunale avrebbe, infatti, sostituito anche l’addizionale comunale Irpef. Avvertito dai propri sondaggisti che questo disegno non gli avrebbe garantito il tripudio di una folla osannante, Renzi ha deciso: perché non fare allora come Berlusconi? La local tax escluderà la prima casa.

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Ma gli economisti sanno che l’imposta sugli immobili è un buon tributo per i governi locali. È infatti un modo per fare pagare ai residenti il costo dei servizi pubblici. Se in una zona i servizi sono buoni, il valore delle case aumenta e i proprietari pagano di più. Se invece il governo locale si comporta male e i servizi sono scadenti, il valore della case scende e si paga di meno. Si vorrebbe che il confronto tra quanto si paga come imposta e quanto si riceve come servizi inducesse l’elettorato a mandare a casa i governi locali corrotti e inefficienti e tenersi quelli che funzionano. Ma questo è un altro discorso.

Nell’ottica di un’imposta che riflette i benefici dei servizi pubblici, non ha alcun senso esentare dal pagamento i proprietari che abitano nel proprio appartamento. Se si esenta la prima casa, si esclude dall’imposta la maggioranza dei residenti: l’imposta grava solo sulle seconde case, spesso possedute da non residenti (pensiamo ai comuni turistici) e il tributo risulta snaturato.

Perché esentare l’abitazione principale di per sé, indipendentemente dalla capacità di pagare del proprietario? Non sarà un caso se pochissimi Paesi prevedono l’esenzione totale e incondizionata della prima casa: si tratterebbe – a quanto ho potuto sapere – di Niger, Togo, Thailandia e Yemen. Gli altri Paesi, in alcuni casi non ammettono alcun regime particolare per l’abitazione principale, in altri, più frequentemente, concedono agevolazioni di natura parziale (riduzioni di aliquota) e selettiva: il trattamento di favore è subordinato alla mancanza di un reddito adeguato o ad altre circostanze, per esempio l’età del proprietario (in questo caso, alcuni Paesi prevedono che l’imposta sia posta a carico degli eredi).

Dicono i Berlusconi e i Renzi che la giustificazione dell’esenzione starebbe nel fatto che la casa è frutto dei sacrifici della famiglia, del faticoso risparmio da un reddito sul quale già si sono pagate le imposte. Ma perché, allora, altre forme di risparmio, certo socialmente non meno meritevoli, come le somme che si mettono da parte per gli studi dei figli, non dovrebbero avere agevolazioni?

In realtà c’è un’unica spiegazione dell’esenzione dell’abitazione principale: il ritorno, in termini di consenso, che garantisce ai politici. E tale ritorno dipende dal fatto che tale imposta è tra le più odiate, perché più visibile di altre tasse, che sono più nascoste, come quelle che ci vengono sottratte in busta paga o che paghiamo nei prezzi dei beni che compriamo.

La riforma della tassazione della casa, con l’esenzione dell’abitazione principale, è solo la prima di tre tappe di riduzione delle imposte che sono state annunciate da Renzi: la seconda riguarderà la tassazione delle imprese, Irap e Ires; la terza il ridisegno della curva delle aliquote Irpef. Il tutto, dicono, costerebbe 50 miliardi. Dove si troveranno i soldi? State sereni: le “riforme” faranno talmente aumentare il Pil che tutti i conti quadreranno.

C’è anche una fondamentale questione di metodo. Il Pd si è sempre schierato contro l’esenzione totale e incondizionata dell’abitazione principale, una posizione che è costata a Bersani il governo. Una così radicale inversione di rotta da parte di Renzi è stata diffusamente e approfonditamente discussa nel partito? Assolutamente no, Renzi decide tutto da solo, anche questioni così importanti: gli altri devono accettare, il partito tutto deve passivamente adeguarsi.

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