In Toscana sono attive 35 organizzazioni mafiose secondo dati della Fondazione Caponnetto e del Consiglio regionale toscano. Una buona parte di queste imprese malavitose sono nel business dei rifiuti tossici e operano nella zona delle Apuane. Il tratto di Toscana che si estende dal mare alle vicine montagne rischia così di perdere il suo straordinario volto a causa dello sfruttamento intensivo delle cave di marmo, dell’inquinamento prodotto da industrie chimiche e del malaffare. Mentre l’incidenza di malattie tumorali è pari a quella della terra dei fuochi.

Questo quadro impressionante emerge dalla lunga, documentata, inchiesta che ha svolto Giulio Milani e che nei mesi scorsi è stata pubblicata da Laterza con il titolo La terra bianca. Il libro dello scrittore toscano è nato come reportage e indagine sul campo prendendo a poco a poco la forma di un romanzo-inchiesta, per esigenza narrativa, ma anche per proteggere fronti ed evitare pressioni su chi ha avuto il coraggio di denunciare.

Il 12 settembre proprio a Carrara, Giulio Milani (scrittore e fondatore della casa editrice Transeuropa) presenterà questo suo lavoro, nell’ambito del festival Con-Vivere  insieme al giornalista Marzio Fatucchi poi il 25 settembre a Pontremoli con la Fondazione Caponnetto e il 30 settembre aurl Firenze con l’ex assessore Anna Marson promotrice del piano paesaggistico regionale e allo storico dell’arte Tomaso Montanari.

 «La situazione nelle Apuane è davvero grave. In parte stiamo ancora pagando per i danni prodotti dalla presenza dell’industria chimica negli anni 80, con fabbriche come la  Montedison e la  Rumianca che hanno decimato i lavoratori (700 morti solo alla Rumianca) e prodotto un danno ambientale irreversibile. Basti dire che nel gennaio scorso sono state mappate circa 60 discariche abusive solo nella pianura massese» racconta Milani a Left. «Hanno sversato agenti patogeni ovunque: nelle fabbriche stesse, nelle campagne, nei fiumi, sui monti e in mare, oltre a disperderli nell’aria con l’inceneritore Lurgi della Farmoplant a Massa Carrara e il Falascaia di Pietrasanta che bruciavano i rifiuti di mezza Europa». Incidenti gravi, come la fuga di diossina dalla Rumianca nel 1984 e l’esplosione del serbatoio di pesticida Rogor alla Farmoplant nel 1988 ne imposero la chiusura, «ma intanto si delineavano le rotte toscane dei rifiuti verso la terra dei fuochi campana e si assisteva a un’escalation dell’attività estrattiva nelle cave di marmo apuoversiliesi per inseguire il business dei rifiuti», aggiunge lo scrittore.

Milani, lo sfruttamento intensivo delle Apuane oggi non è tanto legato all’arte o all’architettura quanto all’industria?

All’estrazione di blocchi di marmo per scopi ornamentali, si è sostituito l’affare del carbonato di calcio, che deriva dalla macinazione delle scaglie, dei detriti, in una proporzione che ha raggiunto i ¾ del totale estratto. Si estraggono ormai dalle Alpi Apuane circa 9 milioni di tonnellate l’anno di marmo per farne casi polvere abrasiva per la pasta dentifricia, per sbiancare la carta dei libri, per la desolforazione delle centrali elettriche a carbone, per elasticizzare la gomma, per l’industria alimentare e per il resto dei 279 diversi usi industriali del carbonato di calcio.

Con quali effetti?

Il danno causato a sorgenti, fiumi, sistema carsico, in termini di inquinamento da marmettola e da idrocarburi e metalli pesanti è ingentissimo, come pure aumenta ogni anno l’asportazione di vette, crinali, picchi, in un ambiente dove sopravvivono le oltre tremila specie florofaunistiche del parco delle Apuane, insieme agli abitanti, naturalmente, a causa del degrado del territorio e del dissesto idrogeologico che ha prodotto 4 alluvioni in 9 anni e centinaia di milioni di danni. Qui le malattie polmonari hanno tassi superiori alla media nazionale. Sono provocate dalle polveri sottili disperse nell’aria dai mezzi pesanti per l’estrazione e la frantumazione della pietra e dal traffico: 1500 passaggi di camion al giorno solo a Carrara, un’esposizione a cui si è cercato di porre rimedio con la strada dei marmi, una delle grandi opere dell’ultimo decennio, infiltrate senza eccezioni da camorra e ‘ndrangheta, che è costata ai contribuenti 120 milioni di euro, non ha risolto il problema del ristagno delle polveri, ma ha reso Carrara uno dei Comuni più indebitati d’Italia. Michelangelo, purtroppo, è un nome evocato dai signori del marmo solo per coprire con la propaganda lo scempio in atto.

Quali sono le ricadute economiche sul territorio?

Non solo il territorio non si avvantaggia in nessun modo, economicamente parlando. Ma i tassi di disoccupazione sono i più alti della Toscana e tra i più alti in Italia. La provincia si colloca al 76° posto della classifica nazionale per la qualità della vita. Questo scempio strangola le Apuane rendendole ostaggio di una monocoltura che non vuole nient’altro intorno : i turisti si tengono alla larga dalle montagne, l’imprenditorialità degli abitanti resta al palo; così si potrà sostenere che il distretto minerario è la sola realtà da difendere e finanziare, con soldi pubblici e opere di ausilio, naturalmente. Questo è l’obiettivo lucido ,”scientifico” perseguito da un grumo di potere politico-economico, massonico e mafioso, che lavora nell’interesse di pochi ai danni della collettività. E di cui nessuno parla.

Come agiscono le 35 organizzazioni criminali rilevate dal Consiglio regionale e perché non se ne parla?

Non ci sono solo organizzazioni criminali italiane, ma anche cinesi, albanesi, rumene, russe, sinti, africane… Agiscono sotto traccia, senza destare allarmi di ordine pubblico, e svolgere in tranquillità i propri traffici. Perciò perlopiù non si vedono e non si sentono. E per l’opinione pubblica è come se non esistessero. Quanto alle istituzioni ne parlano il meno possibile per non rovinare il buon nome della Toscana (e la reputazione di chi l’amministra). La fondazione Caponnetto di Firenze ha più volte denunciato come questo atteggiamento corra il rischio di far arrivare in massa le organizzazioni criminali, perché «non parlare di mafia, aiuta la mafia». D’altra parte non sono mafie con la coppola e la lupara, ma holding economico-finanziarie con una ricchezza sommersa quasi pari a quella prodotta dall’intero Paese, con la quale vincono appalti al ribasso, assorbono la concorrenza puntando a posizion
i di monopolio nella filiera, riciclano e auto-riciclano i proventi illeciti derivanti dal traffico di droga, di rifiuti, di merce contraffatta ma anche dalla tratta di esseri umani e dallo sfruttamento della prostituzione, del gioco d’azzardo e dell’usura, attraverso complesse operazioni societarie, bancarie e immobiliari. Arezzo, è la terza città in Italia per il riciclaggio di denaro di provenienza illecita, mentre la Toscana è al quinto posto nella classifica nazionale dei crimini ambientali guidata dalla Lombardia Sicilia e Campania.

La terra bianca è un viaggio nella realtà, ma anche nella storia, nella memoria. La zona delle Apuane è terra di anarchia e di epos popolare, di “fole”. Questo ha contato questa tradizione orale nella composizione del libro?

Nel libro ho scritto che la capacità di raccontare favole, “fole” è tipica di questa terra di autentici narratori. Attraverso il racconto dei cavatori, degli anarchici, dei soldati apuani in Russia e dei partigiani, dei lavoratori del polo chimico e degli ambientalisti, ho raccolto in un certo senso le voci di un “coro” di narratori istintivi, che ci “canta” e ci “conta” in maniera epica e struggente un ampio compendio di soverchierie e di ferite. Così profonde da averci traumatizzati, colonizzandoci perfino l’inconscio, facendoci “amare” le cattive abitudini. Non è un caso che a ogni inizio di capitolo compaiano le frasi di un libro di fiabe dove tutti gli abitanti sono rimasti “pietrificati” per l’influsso di un qualche maleficio e che i personaggi vengano descritti sistematicamente coi caratteri “geologici” dell’ambiente che li circonda.

Che reazioni ci sono state all’uscita de La terra bianca?

A tre mesi dall’uscita, non c’è stata una sola presa di posizione pubblica né da parte delle istituzioni né da parte degli industriali del marmo, che pure presidiano i quotidiani locali a ogni pie’ sospinto. Li ho perfino chiamati in causa dalle pagine de La Nazione, in un articolo dello scorso 9 luglio, in cui sostenevo che la terra bianca non è la terra dei fuochi, è peggio: là le indagini delle procure vanno a segno, mafiosi e corrotti vengono arrestati, i Comuni commissariati, le notizie perforano il muro di omertà e offrono ai cittadini la possibilità di aprire un contraddittorio, di farsi un’opinione informata dei fatti. Succede a Caserta, succede a Napoli, succede a Palermo, ma non succede a Massa Carrara.

Alla fine cosa ne è del lungimirante paesaggistico toscano avversato da industriali del marmo ma anche dal governo Renzi?

La prima versione del piano paesaggistico toscano, nella parte che riguardava la presenza di cave nel Parco regionale delle Apuane, non faceva altro che recepire la legge Galasso e prevedere una chiusura graduale, con ricollocamento della manodopera, per una trentina delle cave più dannose all’interno del Parco. L’immediata avversione degli industriali del marmo, oltre a quella – paradossale, per chi non conosce la situazione politica del territorio -, dello stesso presidente del Parco e a seguire dei sindaci dei Comuni del Parco, attraverso una attività di pressione sui consiglieri regionali e sullo stesso Rossi ha prodotto nel giro di pochi mesi un dietrofront tanto pesante da spingere l’assessore Anna Marson, madrina del Piano, a dichiarare: «Nel caso del piano paesaggistico le “imboscate” non sono derivate da un conflitto fra ambiente e sviluppo, come molti hanno sostenuto, ma tra interessi collettivi e interessi privati». Così il Piano paesaggistico realmente adottato non solo non ha cambiato la situazione, ma l’ha peggiorata prevedendo l’apertura di cave dismesse da vent’anni e ampliamenti fino al 30 per cento dei punti estrattivi già autorizzati, e per sovrammercato ha legittimato quanto prima avveniva nelle more di una legislazione sempre di là da venire: l’escavazione sopra i 1200 metri.

Il governo Renzi ha impugnato legge regionale per un presunto difetto di legittimità costituzionale?

Sì, due giorni dalle elezioni regionali, il governo Renzi l’ ha impugnata, come aveva fatto Berlusconi nel 1994 con la prima legge regionale che riguardava le cave. Mandando così un preciso segnale ai signori del marmo e alla loro catena clientelare sul territorio: senza la legge regionale sulle cave, i sindaci della provincia hanno già annunciato che non porranno mano al regolamento degli agri marmiferi prima della decisione della Consulta. Quindi si continuerà con le leggi estensi e preunitarie, queste sì incostituzionali, che governano il regime concessorio in maniera opaca e vischiosa da sempre – terreno ideale per l’esercizio dell’arbitrio e la pratica dell’illecito.

  @simonamaggiorel

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