Gli uffici di Ankara presi d’assalto dalla folla e altre centinaia di sedi attaccate da gruppi di nazionalisti. Spesso con le autorità che stanno a guardare, anche quando si tratta di semplici negozi di proprietà di curdi. L’HDP, il partito pro-curdo che ha saputo aggregare anche parti della sinistra turca ed ha raccolto il 14% alle ultime elezioni, è sotto tiro. E il suo leader, Selhattin Demirtas, accusa il governo di soffiare sul fuoco con il rischio di portare il Paese alla guerra civile. L’AK, il Partito per la Giustizia e lo sviluppo di Erdogan e del premier Davutoglu continua a ripetere che il partito di Demirtas sia il braccio politico del PKK, con il quale Ankara ha ripreso a fare la guerra – anche penetrando oltre il confine iracheno per attaccare i suoi campi.

Demirtas nega questo legame diretto e accusa il governo di aver preso deliberatamente «la decisione di avviare questa guerra e poi aggravarla».L’accusa della sinistra a Erdogan è quella di aver scelto questa strada per strappare consensi ai nazionalisti (o cercare un’alleanza con loro) in vista delle elezioni che si terranno il 1 novembre. Si tratta di un’analisi difficile da confutare: dopo aver perso le elezioni, Erdogan e il suo partito hanno cercato alleanze e non avendole trovate hanno dovuto riconvocare i comizi elettorali. Oggi la guerra in Kurdistan aiuta a coalizzare il Paese contro un nemico interno e, tra l’altro, rischia di rendere quasi impossibili le operazioni di voto nelle zone curde del Paese, colpendo così una parte imponente della base dell’HDP.

Nelle zone di confine la situazione è molto tesa: il PKK ha ucciso almeno 30 tra poliziotti e soldati negli ultimi due giorni, mentre jet turchi volano con regolarità sui cieli dell’Iraq per colpire le basi del gruppo militante. Allo stesso modo le truppe di Ankara sconfinano anche via terra. I villaggi e le città del Kurdistan sono sottoposti a coprifuoco e retate e ai parlamentari dell’HDP viene impedito di visitarli.

Kurdistan Workers Party (PKK) clash with Turkish soldiers PKK attacks Turkish soldiers in Turkey

(Guerriglieri del PKK e un posto di blocco dell’esercito turco – Ansa)

Gli attacchi dei nazionalisti non hanno risparmiato la stampa: le sedi di importanti giornali turchi, l’Hürriyet e il Daily Saba sono anche queste state attaccate. Per dare un’idea del clima vale la pena di leggere qualche riga di un editoriale comparso su un quotidiano filo AKP che minaccia un giornalista di Hürriyet:

«Come un paziente schizofrenico pensi di vivere ancora nei giorni in cui Hürriyet comandava. Potremmo schiacciarti come una mosca, se vogliamo. Ma siamo stati misericordiosi fino ad oggi e sei ancora vivo», ha scritto sul quotidiano Star Cem Küçük nel suo articolo 9 settembre, rivolgendosi all’editorialista Ahmet Hakan, accusato di essere un amico del Pkk.

Un editoriale del Daily Saba accusa la destra dell’MHP per gli attacchi: il partito, costola fuoriuscita dell’AKP sa che perderà voti il 1 novembre e cerca di rendere il clima teso per far rinviare le elezioni.

Il portavoce del Segretario di Stato Usa, John Kerry, rispondendo a diverse domande sulla Turchia ha detto che gli Stati Uniti sono preoccupati per lo stato della democrazia nel Paese: “I media sono elementi fondamentali in ogni democrazia sana. Siamo preoccupati dalle notizie che le proteste contro il quotidiano Hurriyet siano state incoraggiate da membri del Partito della Giustizia e dello Sviluppo. Gli eletti devono stare attenti a non incoraggiare la violenza contro i media». Gli Usa, ha detto il protavoce, hanno reso note queste preoccupazioni ad Ankara. Anche i giornali e media stranieri sono sotto attacco: due giornalisti di Vice Jake Hanrahan ePhilip Pendlebury  sono stati arrestati e poi rilasciati dopo diversi giorni. Il loro accompagnatore, l’iracheno Mohammed Rasool, rimane naturalmente in prigione. E ieri è stata arrestata una giornalista olandese Frederike Geerdink, accusata di attività filo-curde e di aver violato una zona chiusa per ragioni militari.

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(I due giornalisti britannici arrestati chiedono la liberazione del loro fixer, Mohammed Rasool, Vice News)

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