Pubblichiamo qui di seguito l’intervento di Andrea Balestri, Direttore dell’Associazione Industriali di Massa Carrara, in risposta all’articolo di Simona Maggiorelli sul libro di Giulio Milani La Terra Bianca, apparso sul sito di Left lo scorso 9 settembre.

 

Roma Termini. Libreria Feltrinelli. Prendo in mano La Terra bianca (laterza); ne ho letto la giulebbosa recensione di Tommaso Montanari; si tratta evidentemente di un libro “contro” ma, da funzionario dell’Associazione Industriali di Massa Carrara, non posso non comprarlo, come ho fatto per Il contro in testa, opera di quello che credo sia un amico di Milani, Marco Rovelli.

Leggo la controcopertina; sfoglio l’indice e mi soffermo, random, su alcuni capitoli; tanto basta per riporlo lentamente, e con le punta delle dita, sullo scaffale. Non ho letto il libro e non posso recensirlo; ho perso anche la “chiamata in causa” che Giulio Milani ha rivolto all’Associazione Industriali dalle colonne de La Nazione il 9 luglio.

L’intervista rilasciata a Simona Maggiorelli, tuttavia, ha confermato l’impressione del libro che ne avevo ricavato in stazione, ovvero di un teorema improbabile, di una ciclopica forzatura per mettere insieme una accozzaglia di cose molto diverse tra loro, di un corredo di dati pieno, questo sì, di “fole”, di una astiosa tracimazione di acredine verso il territorio dove lavoro. No, non ho comprato il libro.
Ci sono pagine nella storia della industrializzazione locale che hanno lasciato ferite; ci sono ancora nodi da sciogliere, come le bonifiche; che le attività estrattive siano impattanti non lo scoprono certamente le inchieste “militanti”. Ma perché, mi chiedo, imbastire un improbabile fil rouge tra sospetti di infiltrazioni mafiose, discariche, “grumi di avidi massoni”; perché costruire iperboli velenose per infangare un territorio e la comunità che vi vive con evocazioni della Terra dei fuochi, lontana comunque mille miglia.

È chiaro che abbiamo una diversa visione del mondo; che, prima ancora dei dati di fatto, ci divide il modo in cui li rappresentiamo, li etichettiamo, li inseriamo nei rispettivi schemi mentali. Poco male. Ci sta che la mia visuale sia quella di attività gestite da persone immerse nelle comunità locale, svolte in imprese familiari dove tutti si conoscono e controllano reciprocamente, dove si parla praticamente solo in dialetto, dove l’organizzazione della vita è regolata da un elevato capitale sociale, e che invece Milani vada alla ricerca di 35 imprese toscane, concentrate soprattutto nella zona delle Alpi Apuane, sospette di infiltrazioni mafiose, di una potente Spectra massonica-mafiosa che lavora ai danni della collettività.Detto questo, chiunque conosca il mondo delle cave non può non trovare risibile l’affermazione che “l’escalation delle attività estrattiva nelle cave di marmo apuoversiliersi per inseguire il business dei rifiuti”: oltre quello delle istituzioni, su tutto quanto avviene nelle cave c’è un forte controllo sociale; a parte i ravaneti e qualche residuo meccanico, nelle Alpi apuane non arrivano camion di rifiuti portati da fuori; la comunità sente come proprio il marmo e quando una ventina di anni fa fu ventilato l’acquisto delle concessioni da parte di un imprenditore siciliano ci furono proteste e interrogazioni parlamentari.

A Massa Carrara ci sono circa 20.000 imprese; nessuno può escludere che su alcune di queste abbiamo messo le mani persone poco raccomandabili ma nessun territorio è al riparo da questo rischio e nessuno è legittimato ad associare l’economia locale alle infiltrazioni mafiose. Non mi sorprende che nella narrazione di Milani il Comune di Carrara, asservito ai soliti potenti, abbia dilapidato 120 milioni per costruire la strada dei marmi indebitandosi fino all’osso del collo quando, dati alla mano, negli ultimi 12 anni gli oneri che le aziende hanno corrisposto al Comune superano abbondantemente questa cifra. E lo stesso vale per la correlazione tra le responsabilità del settore marmo e l’alto tasso di disoccupazione o i posti di coda nella classifica della qualità della vita: riesce difficile pensare che senza i circuiti di reddito e di attività del settore marmo la ricchezza, l’occupazione e la qualità della vita del territorio (il cui vero problema è di non avere abbastanza imprese) sarebbero migliori.

Noto solo che sul corredo di dati statistici il gioco si fa decisamente più facile: potrei sbagliarmi ma sono “vere fole” i 9 milioni di tonnellate annue per farne carbonato di calcio (il dato reale, comprensivo della produzione di materiali ornamentali, è più vicino alla metà); la proporzione dei detriti non è 3/4 ma 2/3; le 60 discariche censite sono una più frutto di cattivi costumi collettivi che di abusi di imprese, ecc…, ma queste sono valutazioni che richiederebbero più spazio.
La Terra Bianca sembra aver riscosso successo; mi auguro solo che ne abbia avuto più fuori che dentro il nostro territorio; non credo, infatti, che la nostra comunità possa compiacersi di un lavoro che getta, senza ragione, discredito e fango sulla sua immagine.
Andrea Balestri
Direttore Associazione Industriali Massa Carrara

 

@LeftAvvenimenti

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