Due volte. Sono riusciti a citarlo a sproposito, in una sola giornata, ben due volte. Non era facile. Due dei “nostri” leader, entrambi in ruoli che forse gli hanno oscurato le capacità comparative – uno è presidente del Consiglio, l’altro emerito comico – si sono paragonati al Presidente della Repubblica più amato della storia del nostro Paese, Sandro Pertini.

Per averlo emulato? No di certo, siamo seri. Almeno noi.

I due goliardi, lo hanno strappato a ben più degne memorie per giustificare due esondazioni della loro personalità. Il primo, Matteo Renzi, doveva giustificare il fatto di essere andato a nostre spese (nonostante fiumi di dichiarazioni sui tagli) a piazzare il suo faccione sulla vittoria di una delle due italiane alla finale del Grande Slam degli Us Open di New York, un viaggio che mai si sarebbe sognato di fare, se ci fosse stata la ben che minima possibilità che l’Italia perdesse (sapete com’è, giocando Italia contro Italia era dura perdere). E siccome era dura anche che le due atlete azzurre ci facessero fare una figuraccia, il leader del Pd nonché capo del Governo italiano, ci ha pensato lui. E, sempre tronfio e baldanzoso risponde e raddoppia: «Critiche populiste. Questa gente avrebbe chiesto a Pertini il computo del viaggio a Madrid» (ai mondiali dell’82, ndr).
No, “caro” (nel senso che troppo ci costa) Renzi: non avremmo criticato Pertini. E con somma pazienza, ci tocca farlo, spieghiamo perché.
Perché Pertini volava in Spagna, ma si precipitava anche in Irpinia, dopo il terremoto, in una situazione in cui lo Stato non stava facendo bella figura.
Perché si trattava di una figura che si era meritata tutt’altro rispetto istituzionale. Intanto perché era il Presidente, si, ma della Repubblica italiana, e poi perché nel suo caso, persona e personaggio coincidevano. La sua presenza portava sostegno, dignità e impegno. Per la sua storia personale e politica, che si può dire differisca in tutto, ma proprio in tutto, da quella di Matteo Renzi. Insomma, era difficile beccare un paragone più lontano. Un po’ come se Grillo si paragonasse a Mandela…

Si, Matteo, lo sappiamo: essere lì significava essere inquadrati più volte, e per giunta col pollicione alzato all’americana. Si: era una figura che assolutamente non ci si poteva lasciar scappare. Però, la prossima volta, magari provi a dire: “mi piace alzare il pollicione”. Così. Tanto per rispettare almeno il passato di questo Paese. Visto che col futuro la vediamo grigetta.

Passiamo all’altro grande statista. Beppe Grillo. Il leader del secondo partito d’Italia, si è paragonato anche lui al Presidente (testuale: «Io come Pertini» e si, ebbene si, ci ha messo di mezzo pure il povero Mandela) per giustificare una condanna a suo carico per diffamazione aggravata. Lui insulta, i giudici lo condannano, e lui, sempre nel rispetto istituzionale che lo caratterizza, sbraita. Beh, dai, non balza all’occhio? Come Pertini, uguale-uguale, stessa persecuzione. E stesso motivo per cui dovrebbe farsi la galera (un anno. Forse.).
Cosa volete che siano quei 10 anni di carcere e la spicciolata al confino che Pertini si fece grazie al Tribunale speciale fascista (mantenendo, per inciso, sempre “altezzoso contegno”)?
Al di là delle motivazioni della sentenza del comico, che ancora non conosciamo (e francamente…potrebbero anche sfumare nell’oblio, tutto considerato), conosciamo quelle della condanna a Pertini: essere antifascista.
Che è quella “colpa” che ha fatto sì che la Repubblica esistesse, con una Costituzione, dei principi, dei limiti (presente, cari leader? Li-mi-ti, è facile). È quell’atteggiamento di rispetto nei confronti della vita dell’altro, del lavoro, del senso dello Stato inteso come qualcosa a cui voler bene perché è fatto dalle persone. Che meritano dignità. Tutte (a meno che non la perdano da soli).

Ecco, no Beppe: non sei come Pertini. Come Pertini e come alcuni politici di un tempo, eleganti, riservati, che si sapevano imporre senza strabordare, autorevoli perché il Paese l’avevano difeso con la pelle e non con le parole, non ce ne sono più.

Quindi per favore, giù le mani da Pertini e dalla nostra Storia. Almeno da quella.

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