Sono già passati trent’anni da quel 19 settembre del 1985 quando Italo Calvino moriva iprovvisamente all’età di 62 anni. Accadde a Siena nell’ospedale di Santa Maria della Scala, che nel frattempo è diventato un importante centro espositivo. Proprio questo antico complesso architettonico dal 18 settembre ospita uno degli omaggi più creativi allo scrittore ligure, con un trittico di mostre di artisti e illustratori e videoartisti, –Ivano Tagetto, Vanessa Rusci e Andrea Bassega arricchite da disegni di studenti delle scuole, ispirati al romanzo Il sentiero dei nidi di ragno con cui Calvino debuttò nel 1947, dopo aver partecipato alla lotta partigiana, fino ai racconti più visionari e labirintici come Le città invisibili e Se una notte d’inverno un viaggiatore.

 

 

Ma cosa resta oggi della vasta opera di Calvino? La sua poliedrica e schiva figura di romanziere, saggista, studioso di storia orale e straordinario cercatore di fiabe, nel giro di pochi anni, è diventata quasi leggendaria, idealizzata e distante. Gli studi su Calvino nel frattempo non hanno conosciuto la fioritura che ci saremmo aspettati in Italia. Al contempo però negli ultimi vent’anni è molto cresciuta la fortuna che la sua opera ha conosciuto all’estero, soprattutto in area anglo-sassone, con la pubblicazione delle sue opere, di saggi critici e più di recente dell‘epistolario.  Certo, l’architettura delle sue storie, il nitore illuministico della prosa, la lucidità chirurgica con cui costruiva visioni utopiche e immaginifiche sono aspetti che risuonano particolarmente nel lettore di lingua inglese e americana. Ma Calvino non è stato solo questo. Come racconta Matteo Marchesini  nella sua inchiesta Calvino trent’anni dopo . Sulla rivista Doppiozero.com lo scrittore e critico letterario emiliano tenta un bilancio della fortuna di  Italo Calvino, provando a decostruire una serie di pregiudizi, come quello che Calvino fosse uno scrittore freddo e un po’ cervellotico.

 

L’equilibrismo di Sofronia

 

 Un ricordo più intimo e privato di Calvino  è quello che offre invece The New York Review of books ( a riprova della fortuna amaericana dello scrittore) ripubblicando un suo pezzo  I film della mia infanzia, in cui lo scrittore rievocava i tempi in cui da  ragazzino (dal 1936 agli anni della guerra) cercava rifugio nel caleidoscopio di immagini che si accendeva sul grande schermo. Un modo per cercare di sfuggire all’oppressione del fascismo ma anche per cercare di conoscere quella realtà americana che, nella rutilante veste hollywoodiana senza chiaroscuri, poteva sembrargli integralmente positiva. Nel buio della sala Calvino poteva sognare che l’americano tipico fosse il tipo sincero alla Spencer Tracy e che al di là dell’oceano si potesse davvero avere il mondo a portato di mano. Un’illusione che sarebbe tramontata ben presto nella mente dello scrittore adulto. Che tuttavia continuò poi anche da lettore e da editor della casa editrice Einaudi ad interessarsi alla letteratura americana, svolgendo insieme a Vittorini e altri, un importante lavoro di studio e di divulgazione. Diventando mentre era ancora in vita un autore molto conosciuto negli Stati Uniti, soprattutto dopo il tour nelle università,  e in particolare ad Harvard, da cui nacquero poi le sue celebri e incompiute Lezioni americane (Einaudi), entrate nell’immaginario ma anche nel lessico quotidiano per l’uso che Calvino faceva del termine “leggerezza”: parola chiave della sua poetica impegnata e al tempo stesso immaginifica, fiabesca, visionaria.

@simonamaggiorel

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