Intervistato dal Corriere della Sera Yanis Varoufakis ripercorre lo strappo con il premier greco Alexis Tsipras, sulla trattativa del 13 luglio e il successivo memorandum:

«Tsipras ed io siamo stati in disaccordo perché lui pensava che il nuovo Memorandum fosse l’unica alternativa al piano Schäuble di cacciare la Grecia dall’Eurozona. Tsipras venne minacciato di un’espulsione così violenta che la parte debole della popolazione avrebbe sofferto in modo indicibile. Quindi capisco come e perché Tsipras è arrivato a scegliere il Memorandum. Ma non sono d’accordo». Ciò che è mancato a Tsipras in quella trattativa, spiega Varoufakis, è un famoso piano B, credibile, che come «ogni piano B che vuole evitare l’uscita dall’euro ha in sé il problema che appena diventa noto scatena il panico, la fuga dai depositi, la chiusura delle filiali e un’uscita di fatto dalla moneta unica», che «avrebbe avuto un costo altissimo, questo sì». Ma che «nel lungo periodo» non sarebbe stato «più alto della costante sottomissione alla Troika».

Pretesto dell’intervista è l’incontro dello scorso sabato 12 settembre tra lo stesso Varoufakis, il deputato francese Mélenchon, già leader del Front de Gauche, e Oskar Lafontaine, l’ex ministro delle finanze tedesco e fondatore della Linke, a Parigi (qui il testo dell’appello lanciato dai quattro). Con loro c’era anche Stefano Fassina. E proprio il deputato – ex Pd, che oggi prova a lavorare alla ricostruzione della sinistra in Italia e in Europa – sul prossimo numero di Left (in edicola da sabato 19 settembre) ci spiega meglio in cosa possa consistere il piano B e come, averne uno, possa evitare, in realtà, che salti il patto europeo. «La battaglia per la modifica dei trattati si fa anche attraverso il piano B», spiega Fassina intervistato da Stefano Santachiara: «consente a un governo nelle condizioni di ricatto cui è stato sottoposto l’esecutivo di Tsipras, di avere un’altra strada difficile, accidentata, ma percorribile». E di condurre meglio le trattative.

Proprio delle condizioni di ricatto a cui è stato sottoposto Tsipras parla ancora Varoufakis: «I greci», ricorda l’ex ministro (a cui poi il Corriere chiede anche come ci si senta ad esser un sex symbol), «sono stati bombardati di immagini di banche chiuse e dall’idea che non avrebbero mai più riaperto. Terrorismo è usare la paura per un fine politico. E i greci ne sono stati soggetti».

Lo stesso ex ministro di Tsipras ha scritto un lungo articolo per il New York Times l’8 settembre scorso in cui spiega che a suo modo di vedere la Grecia è stata vittima delle visioni contrastanti di Germania e Francia sul futuro dell’Europa. Se la Germania vuole un’Europa delle regole scritte in cui ciascun Paese è responsabile per le sue finanze, «compresi i salvataggi bancari, e con l’unione politica limitata al potere di veto di un dei giganti su quei Paesi che violano le regole relative ai bilanci nazionali. Parigi e Roma, consapevoli che la loro situazione di disavanzo li condannerebbe a una recessione a lenta combustione sotto un’unione politica basato su queste regole, vedono le cose in modo diverso».

Parlando della crisi e del futuro Varoufakis scrive ancora:

«Il fatto che poche persone abbiano avuto modo di conoscere il piano del governo greco per uscire dalla crisi è una testimonianza del profondo fallimento del sistema di governance della zona euro. Se la Primavera di Atene – quando il popolo greco ha coraggiosamente rifiutato le condizioni di austerità catastrofiche dei salvataggi precedenti – ha una lezione da insegnare, è che la Grecia si riprenderà solo quando l’Unione europea passerà dall’essere “Noi gli stati” a “Noi il popolo europeo”».

@LeftAvvenimenti

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