In questi giorni la Casa Bianca lancia una campagna, un sito e dei servizi online per incoraggiare i residenti stranieri che hanno titolo per farlo a fare domanda di cittadinanza. Facendo questo, dice il presidente nel videomessaggio (qui sotto) ai ragazzi e ai loro genitori stranieri che sono nel Paese da decenni, acquisirete diritti e poteri, e potrete perseguire il sogno americano. «Siate cittadini» dice Obama agli 8,8 milioni di immigrati che hanno potenziale diritto alla nazionalità.

Ecco la conferma che il presidente nero è un musulmano, non nato negli Stati Uniti, deve aver pensato qualche seguace di Salvini (e Calderoli).

Negli stessi giorni in cui Obama registrava e faceva mettere online il suo messaggio, i candidati repubblicani alle primarie si sbracciavano per convincere gli elettori del loro partito che no, loro non faranno nessuna sanatoria per gli irregolari e che, anzi, risolveranno il problema dell’immigrazione rispedendo milioni di persone in Messico. Solo il senatore Marco Rubio e Jeb Bush, che hanno come forza quella di essere figure potenzialmente capaci di attirare voti moderati, parlano delle necessità di riformare la legge sull’immigrazione, ma, quando dibattono con i loro avversari schierati più a destra, li rincorrono. O almeno, nel dibattito Tv di mercoledì scorso è successo così.

Del resto, sia Donald Trump che Rand Paul hanno messo in discussione il diritto di suolo come titolo per acquisire la cittadinanza.

Ma perché, mentre l’Europa si divide e complica la vita affrontando una crisi epocale – che non è un’ondata migratoria – negli Stati Uniti il presidente si prende la briga di chiedere agli stranieri di diventare americani?

La risposta cinica è semplice: è un calcolo elettorale. Ogni ora negli Stati Uniti nascono più ispanici, asiatici e afroamericani che non bianchi e nei prossimi venti anni la demografia elettorale è destinata a cambiare in maniera drammatica. Non solo, i cittadini naturalizzati votano più degli appartenenti alle comunità che invece sono nati nel Paese. Dev’essere la voglia di esserci.

Le scelte di Obama e dei democratici in materia di immigrazione e diritti degli stranieri sono dunque un bieco calcolo politico: concedere diritti per assicurarsi una porzione di elettorato in crescita costante. Con gli afroamericani è andata così: dopo che Lyndon Johnson pose fine alla segregazione legale dei neri, questi scelsero i democratici. Da allora non li hanno più lasciati. Se pure fosse vero, sarebbe buon senso: i partiti politici parlano e devono parlare alla popolazione che esiste, non a quella che immaginano o desiderano.


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C’è anche un’altra spiegazione e riguarda il pragmatismo americano – e la storia di un Paese cresciuto grazie all’immigrazione. E anche la biografia personale di Obama.

Gli Usa, come anche l’Europa, sono un Paese che invecchia. Senza le minoranze e l’immigrazione presto ci si troverebbe con carenza di manodopera, mancato prelievo fiscale e un drammatico buco nel lavoro di cura e welfare – che è uno dei segmenti del mercato del lavoro in crescita, proprio a causa dell’invecchiamento della popolazione. Favorire ingressi regolari e stabilizzare famiglie ha come cascame quello di dare stabilità al tessuto demografico del Paese.
Avere più cittadini e meno immigrati significa anche rendere meno precaria la società, rafforzare il senso di appartenenza al Paese di milioni che ci abitano e si sentono ospiti.

Quanto al presidente, la sua visione è quella di un uomo di mondo in senso stretto. Obama è figlio di un kenyota, ha vissuto in Indonesia ed è cresciuto con dei nonni bianchi alle Hawaai, arcipelago pieno di asiatici. Una persona con una biografia simile sa bene che le identità contemporanee sono complicate – sulla sua ha scritto Dreams of my father, il libro che lo ha reso famoso – e che dare cittadinanza significa far sentire i non-cittadini che vivono, lavorano e moriranno negli Stati Uniti, parte di qualcosa. Non si tratta di essere di destra o di sinistra, ma pragmatici. Si tratta di saper guardare al futuro. Quello che non sanno fare i governanti europei, incapaci di dire qualcosa di sensato su un tema epocale che riguarda tutti. E che, come Jeb Bush e Marco Rubio, che rincorrono i loro avversari di destra, si fanno dettare l’agenda da Matteo Salvini, Viktor Orban e Marine Le Pen.

@minomazz

 

 

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