La guerra civile siriana è al centro, in queste settimane, di un rinnovato sforzo diplomatico. Almeno così sembra di capire seguendo i passi del Segretario di Stato Usa John Kerry, che ha visitato diverse capitali europee e mantiene contatti continui con il suo omologo russo Lavrov.

L’intreccio diplomatico resta piuttosto complicato (come abbiamo raccontato qui): Washington e Mosca sono – forse – d’accordo sul fatto che occorra fare la guerra all’ISIS, ma divergono sul destino di Bashar al Assad e del suo regime. Kerry ha ripetuto che serve una transizione negoziata e non immediata, mentre la Russia ha scelto di rispondere alle difficoltà militari di Damasco inviando uomini e mezzi. La versione ufficiale è quella di contrastare l’Is e contribuire alla sua sconfitta, la verità è anche che Putin non vuole veder cadere un alleato nella regione.

Il puzzle resta quindi complicato: come fare a combattere le bandiere nere dell’ex califfato senza aiutare Assad (o i suoi avversari armati dagli States, a seconda dei punti di vista). Senza una vera intesa diplomatica sul futuro della Siria si rischia solo di introdurre più armi e alimentare il conflitto. O, nel caso dell’aiuto armato della Russia, di rafforzare un regime sanguinario.

Quanto sanguinario? Qui sotto un riepilogo generale del numero di vittime causate dal regime e una serie di infografiche prodotte dalla Syria campaign. Si tratta di fonti non neutrali, ma autorevoli e considerate attendibili che aiutano a dare un quadro di una guerra terribile che ha fatto 200mila morti dal 2011 a oggi ed ha determinato l’esodo di 4 milioni di persone fuori dai confini siriani e di un numero ancora più alto di profughi interni.

Schermata 2015-09-21 alle 15.12.47

 

(Violation Documentation Center in Syria, con martyrs si intende le persone uccise dall’esercito di Assad, il database del VDC da un nome a ogni vittima che conteggia)

Il New York Times ha dedicato una infografica impressionante alla carneficina siriana: un puntino rosa per ogni morto (limitandosi a 200mila). Spulciando tra i vari database esistenti, il Nyt conta che 28mila persone, in maggioranza civili, siano morte a causa dei combattimenti tra forze governative e guerriglia, 27mila i morti per colpi di mortaio e artiglieria, 18mila in raid aerei. Quasi novemila le persone rapite, imprigionate e torturate a morte.

Il dato generale da rilevare è che ad oggi Damasco ha ucciso e torturato molte più persone di quante non abbia fatto l’Is, che si tratti di soldati, ribelli, civili, giornalisti, medici. I siriani, dunque, fuggono dalle grinfie dei guerriglieri islamisti, ma soprattutto dalla ferocia della guerra che colpisce Homs, Aleppo e molte altre città della Siria. Non c’è solo Kobane e, come dice chi fa propaganda parlando di rifugiati, allo stato delel cose «aiutiamoli a casa loro» non significa nulla. A meno di non voler guardare dall’altra parte e considerare casa loro anche i campi in Giordania e Libano dove i rifugiati sono molti più che in Europa. E che non sono la casa dei siriani.WhiteHouseBrief-01-725x1024 WhiteHouseBrief-02-725x1024 WhiteHouseBrief-04-725x1024 WhiteHouseBrief-05-725x1024-1

 

 

Dalla Siria giunge anche la notizia di un aumento nel numero di militanti che abbandona l’ISIS. Sebbene si tratti di un numero relativamente basso, si tratta di un segnale. Questo è quando documenta un rapporto del’International Center for the Study of Radicalization del King’s College di Londra. Molte delle persone che lasciano la guerra si danno alla macchia, ma 58 di queste hanno deciso di raccontare come mai, dopo essere partiti per combattere una guerra giusta e santa, hanno lasciato. Se la spinta ad arruolarsi era dettata dalla volontà di combattere contro Assad unendosi al gruppo che molti imam radicali promuovevano, la delusione è stata cocente.


 

28mila persone, in maggioranza civili, sono morte a causa dei combattimenti tra forze governative e guerriglia, 27mila i morti per colpi di mortaio e artiglieria, 18mila in raid aerei. Quasi 9mila le persone rapite, imprigionate e torturate a morte.

Molti miliziani citano i combattimenti contro altri gruppi islamisti sunniti e le violenze contro altri musulmani (sunniti) come inaccettabili. I comportamenti poco pii di alcuni capi e la qualità della vita sono tra le altre spinte a mollare. E poi ci sono i dubbi personali, come quello e delusioni. Abu Ibrahim, giovane occidentale ha detto alla CBS : «Quel che avevo visto online non somigliava a quel che ho trovato, ero andato per aiutare i siriani» e dopo aver assistito alla lapidazione di una coppia e alla crocifissione di un adolescente ha deciso di scappare.   Ciò che trattiene molti – secondo i 58 testimoni del ICSR – è la paura di essere ripresi e torturati dall’ISIS o la difficoltà a lasciare il Paese.  Molti tra coloro che vorrebbero disertare sono infatti siriani e temono di tornare al loro villaggio, dalle loro famiglie, e subire rappresaglie.

 

@LeftAvvenimenti

Commenti

commenti