Il suo reportage sui senza tetto e nuovi emarginati nell’ex Unione Sovietica (a cui il MoMa di New York dedicò una mostra nel 2011) ha fatto conoscere a tutto il mondo la ferocia della transizione gestita da oligarchie politiche ed economiche senza scrupoli.

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© Boris Mikhailov | Ufficio Stampa

La crudezza di quelle immagini denunciava in modo inequivocabile quello che era accaduto negli anni Novanta e la situazione esplosiva che si stava determinando in Ucraina. Se sotto il regime sovietico Boris Mikhailov aveva scelto un linguaggio indiretto, metaforico ed elusivo, per sfuggire alla censura e ai controlli del Kgb, dopo la caduta del comunismo il grande fotografo ucraino si sentì libero di uscire allo scoperto per raccogliere quel grido di disperazione che veniva dalle strade del suo Paese. Ma le sue non sono foto che si accontentano di registrare la realtà. Qualche volta la inventano, chiedendo a mendicanti e sbandati, in cambio di qualche soldo, di mostrare le proprie ferite, di farsi fotografare nudi. Così Mikhailov cercava di dare una rappresentazione a quanto stava accadendo in un Paese in cui la febbre del capitalismo, insieme alla mafia e alla corruzione, faceva sì che tutto improvvisamente fosse in vendita. E sono scatti che ci mostrano la storia sovietica ridotta a un cimelio da bancarelle, la mercificazione dei corpi, i segni di una ideologia granitica sostituiti con quelli della sfacciata ricchezza dei nuovi zar della speculazione.


 Se sotto il regime sovietico Boris Mikhailov aveva scelto un linguaggio indiretto, metaforico ed elusivo, per sfuggire alla censura e ai controlli del Kgb, dopo la caduta del comunismo il grande fotografo ucraino si sentì libero di uscire allo scoperto per raccogliere quel grido di disperazione che veniva dalle strade del suo Paese.

Ma la terribile bellezza di quelle foto di Mikhailov non dice tutto della sua poliedrica personalità, della sua costante ricerca di nuovi linguaggi fotografici che avvicinano la sua opera alla pittura. Come racconta l’omaggio che gli dedica dal primo ottobre Torino Camera – Centro Italiano per la Fotografia. Si tratta della prima retrospettiva italiana di Boris Mikhailov, in mostra ci sono oltre 300 opere che raccontano l’Ucraina dagli anni Sessanta fino alla recente rivoluzione arancione, con una pluralità di tecniche differenti, «dal ritaglio delle immagini fotografiche all’applicazione di uno strato di pittura sulla loro superficie» .

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© Boris Mikhailov | Ufficio Stampa

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© Boris Mikhailov | Ufficio Stampa

Come approfondisce il catalogo edito da Camera e Walther König. Con questa mostra parte ufficialmente il progetto nato due anni fa per iniziativa di Lorenza Bravetta, giovane direttrice dell’agenzia Magnum: «Camera sorge all’interno del complesso torinese Isolato di Santa Pelagia, nell’edificio in cui fu aperta la prima scuola pubblica del Regno d’Italia.


 

Mikhailov cercava di dare una rappresentazione a quanto stava accadendo in un Paese in cui la febbre del capitalismo, insieme alla mafia e alla corruzione, faceva sì che tutto improvvisamente fosse in vendita

E si occuperà di grandi mostre fotografiche internazionali, di workshop, e di archiviazione del patrimonio fotografico italiano» . La prossima iniziativa sarà appunto Italia 1968–78, una esposizione che tornerà a indagare il decennio degli anni di piombo sottolineando il ruolo della fotografia come strumento di approfondimento storico e sociale.

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The Theater of War 1

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Red Series 2

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  @simonamaggiorel

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