Mentre molto lontano da Mosca i droni sorvolavano la terra di guerra e d’origine dei profughi in Europa, seduto su una poltrona dorata davanti un camino ornato di bianco, un mazzo di fiori e un tavolo di marmo, Vladimir Putin ha convinto Benjamin Netanyahu ad entrare nel “meccanismo di coordinamento militare per prevenire scontri” nei mortali giochi che continuano in Siria. Il nemico del mio nemico è mio amico. Ma d’ora in poi anche l’amico del mio nemico può essere mio amico. Il leader russo ha stretto patti con lo Tel Aviv rimanendo alleato dell’Iran di Rouhani, a sua volta legato agli hezbollah libanesi, entrambi nell’asse del male per Israele.

Mosca – Damasco, Mosca – Kiev. Vincere in Ucraina combattendo in Siria, distogliendo l’attenzione da un fronte all’altro, da uno slavo a uno mediorientale, da uno ucraino e congelato ad uno dove si scaldano le braci per l’incendio siriano. La Russia in Siria ha due capitali: una base di terra a Latakia e un orizzonte liquido e navale nel porto di Tartus, unica base russa nel Mediterraneo. Tra le navi anfibie mai abbandonate dall’inizio della guerra il Cremlino avrebbe spedito negli ultimi giorni quasi duemila militari specialisti.

Il ponte aereo è invece a Latakia, fortino alawita di Assad, ora blindata da 28 caccia slavi e mezzi corazzati per attacchi di terra. Non è la prima volta che le uniformi russe aiutano le divise siriane, ma è la prima volta che Mosca lo ammette. Non ha fatto lo stesso per il Donbas. In Ucraina la guerra riprenderà a primavera, i russi non avanzano, ma non indietreggiano dalle trincee.

Mosca sotto tiro nel deserto: il ministero degli Esteri di Putin ha confermato un attacco all’ambasciata russa a Damasco, pretendendo la solidarietà della comunità internazionale. I ribelli addestrati dagli americani contro l’IS sono invece stati sconfitti sonoramente da Al Nusra. Lo ammette lo stesso Pentagono, immobile davanti all’ennesima mossa russa in Medio Oriente. Mosca muove pedine sullo scacchiere senza aspettare il turno di un avversario che non si sa più bene chi sia perché dall’altro lato del tavolo nessuno gioca. È il secondo scacchiere dove russi e americani si confrontano e il secondo dove l’amministrazione a stelle e strisce perde a tavolino abbandonando la partita senza giocare.

Due anni fa la minaccia di Obama fu letta ad alta voce a Washington. Era l’annuncio di una pianificazione d’attacco per la “linea rossa” superata da Assad dopo i bombardamenti chimici di civili innocenti. L’avvertimento americano fu ingoiato dopo qualche dichiarazione del leader russo e la linea sbiadì. Allora Obama diventò il presidente più riluttante che gli USA ricordassero. Nel 2013 a Putin toccò indossare la maschera dell’uomo di pace che aveva impedito la guerra. Quando l’aveva solo rimandata, dall’altro lato della barricata.

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