«Il centro del puzzle» delle sue riforme, lo ha definito a gennaio 2014 Matteo Renzi. Non era ancora premier ma aveva già bene in mente come ridisegnare il mondo del lavoro. Il Jobs act ora è realtà. Una rivoluzione per il presidente, un ritorno all’Italia pre-anni 70 per i sindacati. L’iter legislativo è completato e c’è da concordare con il premier sulla definizione di puzzle. Non è affatto facile mettere assieme i numerosi tasselli che compongono la riforma del lavoro. Dalla legge delega del 2014 (la n. 183) in poi, Renzi e il suo ministro del Lavoro Giuliano Poletti hanno infilato una lunga serie di decreti attuativi: contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti e nuovi ammortizzatori sociali (a marzo), riordino dei contratti di lavoro, disciplina delle mansioni e conciliazione tra tempi di vita e di lavoro (a giugno). Gli ultimi quattro decreti attuativi sono arrivati il 4 settembre. Al loro interno l’amara ciliegina sulla torta: la tanto dibattuta introduzione dei controlli a distanza 2.0, ovvero come “seguire” il lavoratore attraverso device di ogni tipo.

Referendum e contratto

A niente sono serviti due scioperi generali e centinaia di migliaia di persone in piazza: Renzi ha portato a termine il suo disegno. Non vuole però sentir parlare di sconfitta la Fiom: «Il governo crede di aver chiuso il cerchio, ma la partita è ancora aperta», è sicuro Michele De Palma di Fiom Cgil. Il fronte anti-Jobs act, in queste ore, prova a organizzarsi e la Cgil pensa a un referendum abrogativo della (ormai) nuova legge. In verità, per un referendum abrogativo del Jobs act sta già raccogliendo le firme Possibile: quello sul lavoro è uno degli otto quesiti referendari che il movimento politico di Pippo Civati sta promuovendo, fino al 30 settembre. Ma questa iniziativa referendaria non ha visto convergere il sindacato: «Era necessario un confronto generale, che non c’è stato», taglia corto De Palma.

«Farlo con la Cgil significa avere un’organizzazione di alcuni milioni di iscritti, in grado quindi di fare una battaglia capillare. Non è una questione di bandiera, ma del tutto pratica». Polemiche a parte, nel frattempo il sindacato non è fermo: «Abbiamo sempre utilizzato la contrattazione per fare applicare le leggi. Ma quando si fanno delle leggi contro il lavoro è il caso di fare esattamente il contrario: contrattare per “non” applicarla. E lo stiamo già facendo». L’Emilia Romagna guida la mobilitazione, con la Fiom che ha inviato migliaia di lettere di diffida ad utilizzare il Jobs act per ridurre i diritti. «È evidente che una legge di carattere nazionale si smantella solo attraverso un’iniziativa nazionale come il referendum abrogativo», spiega Bruno Papignani segretario generale della Fiom Emilia Romagna. «Ma intanto abbiamo scritto alle aziende non solo per diffidarle, ma anche per chiedere di discutere con loro di demansionamento, i controlli a distanza, i licenziamenti individuali e collettivi. Altrimenti saranno esposti al conflitto». Ogni imprenditore di ognuna delle 11 province della regione, si è visto recapitare in azienda una lettera che lo invita a non applicare le nuove norme del Jobs act. Un fiume di missive, solo nel Modenese ne sono state spedite più di 900. Le prime risposte arrivano e, parafrasando Papignani, «sono molto piccate».

L’ora del grande fratello

Il Jobs act non cambia solo la vita di chi è fuori o sull’uscio del mondo del lavoro, ma pure di chi è già dentro. Il punto forse più controverso della riforma è l’introduzione dei controlli a distanza: l’articolo 23 del decreto legislativo approvato il 4 settembre concede all’azienda la possibilità di effettuare controlli a distanza sui propri dipendenti attraverso dispositivi tecnologici come pc, tablet, telefoni aziendali o altri strumenti, anche senza l’autorizzazione del ministero e senza l’obbligo di stipulare accordi sindacali preventivi. Per l’installazione di impianti audio e video, invece, sarà necessario il via libera del sindacato. A che pro controllare i lavoratori? Per verificarne gli accessi e le presenze (si pensi ai badge), prevede la legge, e i dati così acquisiti potranno essere «utilizzati ad ogni fine connesso al rapporto di lavoro, purché sia data al lavoratore adeguata informazione circa le modalità d’uso degli strumenti e l’effettuazione dei controlli». Non c’è da temere, si difende il governo, perché sarà fatto in maniera «rispettosa della privacy». Ma proprio dal presidente dell’Authority per la tutela die dati personali è arrivata la richiesta di «fare chiarezza». Antonello Soro – che sollecitato da Left non ha ritenuto di dover aggiungere altro -, in una lunga lettera pubblicata su Huffington Post l’8 settembre, ha spiegato: «Una così rilevante estensione delle finalità per le quali utilizzare i dati dei lavoratori è un dato sul quale ci siamo sentiti in dovere di far riflettere le Camere e il governo. Vedremo quanto il governo ascolterà queste nostre riflessioni». Anche il Consiglio d’Europa, peraltro, viaggia in direzione contraria a quella del governo: con una Raccomandazione del primo aprile, infatti, ha auspicato la minimizzazione dei controlli difensivi o comunque rivolti agli strumenti elettronici. «In Italia invece si pensa che per rendere più produttivi ed efficienti le proprie aziende bisogna minacciare i lavoratori, togliendo l’articolo 18 e sorvegliandoli impunemente», aggiunge De Palma della Fiom.

 

 

 

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La selva dei dati

Ma il gioco vale la candela? La candela, in questo caso, è la crescita occupazionale, il punto di forza del Jobs act secondo il governo. Nel primo semestre del 2015 il numero di persone che in Italia lavorano è salito di 180mila unità. Le nuove assunzioni a tempo indeterminato nel settore privato – secondo Istat – sono cresciute del 36% rispetto all’anno precedente. E le trasformazioni a tempo indeterminato di rapporti di lavoro a termine hanno registrato un +30,6%. Il governo esulta, la maggioranza esulta, il mondo dell’impresa esulta. Esultano meno i lavoratori. Perché i numeri vanno pure interpretati: è “a tempo indeterminato” un contratto di lavoro che contempla una così estesa possibilità di ricorrere al licenziamento (vedi rottamazione dell’articolo 18)? E ancora: quanti realmente vengono assunti e a quanti, invece, viene semplicemente modificato il contratto? Qui, la selva dei numeri e delle percentuali si infittisce.

Ma il sindacato, in particolare la Fiom Cgil, ci vede benissimo: quei numeri tengono dentro anche chi un contratto lo aveva già, è stato licenziato e poi riassunto. «La legge avrebbe dovuto prevedere che operazioni di questo tipo non si potessero fare, invece si fanno eccome», dice Michele De Palma. «Proprio ieri ho conosciuto due impiegati, uno metalmeccanico e l’altro in una grande catena distributiva. A entrambi i loro imprenditori si sono presentati e hanno detto: “Vi dovete dimettere tutti” e sono stati riassunti con il Jobs act». L’affare prevede pure generosi incentivi economici concessi dal governo alle imprese (con la legge di Stabilità): uno sgravio sui contributi fino a 8mila euro ogni 12 mesi, per tre anni e per ogni lavoratore reclutato. «Di fatto, con le nostre tasse, paghiamo un’impresa per poter licenziare un lavoratore e riassumerlo con nuovi contratti e diritti minori. Così si riparte da zero dal punto di vista delle malattie, dell’anzianità, eccetera». Sotto questa luce, persino un tassello che appariva positivo, come quello relativo alle dimissioni in bianco assume toni diversi. Con il Jobs act le dimissioni vanno presentate per via telematica direttamente al ministero del Lavoro, in modo superare il meccanismo delle lettere di dimissioni firmate in bianco, a lungo tanto illegale quanto diffuso. «Sono sempre state una pratica barbarica, siamo tutti d’accordo. Però contestualmente è stata reintrodotta la libertà per le imprese di poter licenziare tutti» dice De Palma. «Non succede mai che uno venga licenziato per discriminazione, quale imprenditore è così idiota da farlo? Si viene licenziati per motivazioni economiche, sempre».

 

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