Il Grande Medio Oriente è il terreno di confronto-scontro fra gli Stati Uniti e la Russia, tra un presidente in fuga dalle responsabilità (Barack Obama) e uno “zar” che ha fatto della più esplosiva area del mondo, il campo d’azione per rinverdire le ambizioni di potenza globale di una Russia che l’inquilino della Casa Bianca aveva cercato di mettere all’angolo nella crisi ucraina. Lo spauracchio dello Stato islamico non basta per riproporre una “Grande coalizione” antiterrorismo che veda dalla stessa parte della barricata Washington e Mosca.

Ciò che sta avvenendo in Siria è la rappresentazione di questa nuova frontiera dello scontro di potenza russo-americano. La Siria, dove da tempo ormai una guerra che ai suoi albori vedeva un regime, quello di Bashar al-Assad, rispondere con le cannonate a manifestazioni di pazza che s’inserivano nella scia della stagione, ormai tramontata, delle “primavere arabe”; ora, almeno da tre anni, quella combattuta in Siria è una guerra per procura, nella quale ogni attore regionale – Turchia. Egitto, Arabia Saudita, Iran, Qatar – ha scelto i propri referenti sul campo da finanziare e armare, con l’obiettivo praticato, se non dichiarato, di far vivere un proprio Stato satellite – le quattro Sirie – sulle macerie di uno Stato unitario fallito.

In questo “risiko” devastante, il “Califfato” di Abu Bakr al-Baghdadi è solo una pedina di un gioco più grande. E se oggi lo Stato islamico è ancora insediato in un territorio, fra Siria e Iraq, grande quanto l’Italia (isole escluse) non è per l’invincibilità delle sue armate – che non esiste, come testimonia l’eroica resistenza dei peshmerga curdi – ma per le contraddizioni interne a quella “grande coalizione” assemblata dall’America. Basta pensare all’Arabia Saudita: Riad è, formalmente, dentro la coalizione anti-Isis ma allo stesso tempo, e il discorso vale anche per la Turchia di Erdogan, non vuole assolutamente che la sconfitta dell’Isis si traduca in un rafforzamento dell’odiato alauita Baashar al-Assad: ecco allora i finanziamenti e le armi che le petromonarchie del Golfo continuano a far affluire alla filiera siriana di al- Qaeda, il Fronte al-Nusra.

Riad sa di poter contare in questo suo doppio gioco su importanti alleati europei, con i quali fa affari miliardari nel settore degli armamenti e dell’industria militare, prima fra tutti la Francia del “Napoleone del Terzo Millennio”, al secolo Francois Hollande. I raid aerei francesi, un ininfluente spot militare, servono soprattutto per lanciare un segnale alla dinastia Saud: Parigi c’è, agisce sul campo (o meglio nei cieli), fregandosene delle perplessità degli altri Paesi dell’Ue, l’Italia in primis, e non permetterà che la Siria diventi una propaggine mediorientale dell”impero persiano”.

 

 

 

In questo caos armato, c’è spazio per lo “show” di Barack Obama, Barack l’indecisionista, l’ondivago, un giorno diplomatico e l’altro (falsamente) muscolare, che fa la voce grossa contro la Russia ma poi colleziona figuracce sul campo (ultima in ordine di tempo, l’addestramento, costo 500 milioni di dollari, di un centinaio di ribelli anti-Assad non jihadisti, che appena entrati in Siria si sono consegnati, con le armi nuove di zecca made in Usa, ai miliziani qaedisti di al-Nusra). L’inquilino della Casa Bianca si cimenta in una improvvida, e impossibile, quadratura del cerchio: sdogana l’Iran ma al tempo stesso si tiene buoni, o prova a farlo, i regnanti sauditi, usa parole durissime contro il dittatore di Damasco ma non agisce di conseguenza.


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Ad approfittarne è “Zar Vladimir”. Putin ha scelto con chi stare e ha perseguito con determinazione la sua strategia di penetrazione in Medio Oriente: ha puntato sul regime baathista siriano, ha rafforzato i legami di Mosca con Teheran, ha portato dalla propria parte il governo iracheno. Al capo del Cremlino importa poco o nulla del destino personale di Bashar al-Assad: in Siria, la Russia difende i suoi interessi geopolitici – la base di Tartus sbocco cruciale nel Mediterraneo – e vuole avere voce in capitolo nella determinazione del dopo-Assad. In questa chiave, Mosca è pronta a fare ciò che l’Occidente non farà mai: mettere “gli scarponi a terra”, combattendo contro l’Isis e per mantenere in vita un regime che può continuare ad essere utile (agli interessi russo-iraniani) anche dopo l’uscita di scena (negoziata nei tempi e nelle modalità) di Assad e del suo clan.

Tra l’indecisionista di Washington e il cinico calcolatore di Mosca, c’è un popolo in ostaggio, in fuga, terrorizzato dai tagliagole di al-Baghdadi ma che sa bene che Assad non rappresenta il “male minore”, perché è sua, più di chiunque altro, la responsabilità di aver ridotto la Siria ad un cumulo di macerie, e quello siriano in un popolo di profughi.

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