Certo, qualcuno sta notando l’eccessiva vicinanza, ma è il solito senatore Gotor, bersaniano, abbastanza in solitudine. “Prove tecniche del partito della nazione”, titola un suo post su facebook. Ricorda di aver votato l’articolo 1 con «convinzione», «perché sono state accolte le richieste che avevamo posto a luglio con il documento dei 25». «Credo però», aggiunge, «che siano del tutto impropri i toni trionfalistici utilizzati in queste ore perché ho provato un sincero imbarazzo nel dover constatare che le scelte parlamentari del Pd fossero difese e sostenute in aula con zelo ed entusiasmo dai senatori Falanga e Barani del gruppo di Verdini, come se la riforma del Senato fosse l’occasione per assistere in diretta alle prove tecniche della nascita del Partito della Nazione».

Gotor, però, dovrà abituarsi. Perché se è vero che Verdini – l’ultima volta alle telecamere di Piazzapulita, la7 – dice «Bersani non deve preoccuparsi, l’unica cosa certa è che io nel Pd non entro», è vero anche che proprio l’apporto di Verdini permette al governo di stare tranquillo, di forzare il dibattito con “canguri” vari, e di non temere troppo neanche qualche voto segreto. Il perché lo spiega bene Marcello Sorgi, giornalista de La Stampa.

A temere i voti segreti – quei pochi che si affronteranno nell’approvazione della riforma costituzionale – sono più le opposizioni, per paradosso. Nel gruppo misto, così come in Forza Italia, qualcun potrebbe esser tentato dall’anonimato. Tanto più che Forza Italia, per esempio, pur chiedendo alle opposizioni di concordare un comportamento unitario – e contrario – in vista del voto finale, dice pure di essere comunque in attesa «di un segnale dal governo sull’Italicum». Se il segnale ci fosse – ma per ora non sembra – tutto cambierebbe. Questo rende ancora più penosa l’opera di ostruzionismo, che comunque, pur stancamente, i 5 stelle e le altre opposizioni stanno conducendo. Girando per il Senato la sensazione che più si raccoglie è quella di una sconfitta. L’accordo con Verdini ha funzionato, a spinto a rientrare la minoranza Pd e ha blindato il disegno del governo. Non resta che sperare nel referendum e nel mentre divertirsi a tenere qualche ora in aula i colleghi. Anche se divertente non è per tutti. Non lo è per i giornalisti, sicuramente. E non lo è per Corradino Mineo, ad esempio. Quando il senatore del Pd ha annunciato un suo voto in dissenso su un emendamento all’articolo 2 della riforma è stato contestato dai suoi colleghi di partito. «Fuori, vai fuori», gli hanno urlato. «Il gruppo è una pentola a pressione», dice Mineo a Left, «io continuo a fare la mia battaglia».

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