«Serve almeno un miliardo di euro per garantire il diritto allo studio e per assumere giovani ricercatori. Altrimenti l’università italiana muore». È il professor Gaetano Manfredi, rettore dell’Università Federico II da poco eletto alla presidenza della Crui (Conferenza dei rettori delle università italiane) a lanciare l’ennesimo appello per salvare la formazione universitaria in crisi (sul numero di Left in uscita il 3 ottobre un ampio servizio). Ingegnere, 51 anni, Manfredi propone anche soluzioni per la formazione tecnica superiore, un modo per agganciare gli studenti degli istituti tecnici e professionali.

Professor Manfredi quali sono le maggiori storture nel sistema universitario italiano?

Il primo punto è il numero molto basso dei giovani che si iscrivono all’università. Purtroppo è un dato molto sconfortante se confrontiamo l’Italia con altri Paesi industriali.

Siamo all’ultimo posto in Europa anche per numero di laureati.

Si e agli ultimi posti anche per iscritti. Tutto questo è preoccupante perché significa che siamo un Paese che non fa un investimento sul capitale umano.

Quali sono le soluzioni?

Sicuramente si tratta di incidere sul diritto allo studio: noi abbiamo un sistema troppo frammentato e diseguale a livello nazionale. E nelle regioni con più sofferenza sociale ci sono meno risorse, il che è un vero paradosso. Bisogna quindi garantire la borsa di studio a tutti gli aventi diritto. È assurdo che ci siano gli idonei senza avere la borsa. Oltre al diritto allo studio c’è poi un altro tema che mi sta particolarmente a cuore.

Quale?

Parto dalla mia esperienza di una università come quella di Napoli che si trova in una grande area metropolitana e in una regione con 6 milioni di abitanti. Per evitare i fallimenti, soprattutto al primo anno, bisognerebbe intervenire su alcuni aspetti che riguardano la filiera che va dalla scuola superiore all’università. Perché c’è sempre più distanza tra le abilità con cui i ragazzi escono dalle scuola di secondo grado e la domanda dell’università. Occorre quindi un orientamento attivo nell’ultimo anno delle superiori, in modo da cercare di colmare questo gap, soprattutto là dove i sistemi scolastici sono più deboli.

L’università deve intervenire nelle scuole superiori?

Finora abbiamo considerato la formazione per compartimenti stagni: l’università, o ha guardato poco o non ha guardato affatto alla scuola, e quest’ultima, da parte sua, ha fatto altrettanto nei confronti dell’università. Bisogna mettersi attorno a un tavolo e cercar di lavorare insieme perché è lo studente a dover essere al centro di ogni progetto formativo.

Esiste poi un altro divario, perché tra gli iscritti all’università si registra sempre di più un calo degli studenti dei tecnici e dei professionali.

È una gravissima perdita. Noi dobbiamo dare una risposta sull’offerta dell’università, magari guardando anche agli esempi delle scuole tecniche tedesche. Oggi abbiamo un po’ saturato l’idea di università tradizionale, orientata verso profili cosiddetti teorici. Dobbiamo puntare anche a profili un po’ più professionalizzanti che si potrebbero mettere meglio in relazione con gli istituti tecnico-professionali.

Lei si riferisce ai settori tecnologici?

Mi riferisco anche alle aree umanistiche: si tratta di pensare lauree triennali che siano più vicine ad una applicazione pratica. Ci sono tanti giovani che vogliono crescere anche con una formazione di questo tipo.

Veniamo alla ripartizione delle risorse. Cosa pensa del divario esistente tra atenei del Nord e quelli del Sud? Il suo, è tra gli ultimi quanto a ricambio del turnover.

Prima di tutto occorre aumentare il finanziamento alle università. Oggi c’è chi ha meno e chi di più ma il problema è che l’università è il settore della pubblica amministrazione più tagliato, quello dove il blocco dl turnover è stato più severo. Se non si aumenta il finanziamento, non ce n’è per nessuno, né per quelli competitivi né per quelli in difficoltà. Ora, se per la qualità della formazione universitaria non possiamo fare deroghe perché non possiamo ammettere che esistano università a due velocità, nella ripartizione delle risorse non si deve tener conto del valore assoluto ma dei miglioramenti relativi di quegli atenei che partono in condizioni di maggior svantaggio. In questo modo si potrebbe aiutare realtà che hanno ereditato un passato molto difficile e che ora stanno facendo sforzi per cambiare.


 

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La classifica mondiale delle università pubblicata pubblicata il 30 settembre da Times Higher Education.

Su Left vi spieghiamo perché queste classifiche sono drogate dalla quantità di fondi a disposizione

 

Cosa è importante: premiare le eccellenze o ripartire le risorse un po’ a tutti?

Le due cose non sono incompatibili, sono necessarie. Le eccellenze vanno alimentate perché sono il traino di tutto il sistema e, tra l’altro, ci consentono di competere a livello internazionale. Ma dobbiamo far sì che si alzi anche la qualità media. Quindi sono validi entrambi i percorsi che non possono essere considerati alternativi.

Lei prima ha parlato di aumentare il finanziamento, Quanto sarebbe necessario? Tenendo conto che adesso l’Italia spende 7 miliardi e la Germania 27, quanto occorrerebbe per rimettere in piedi l’università italiana?

Dobbiamo fare i conti con le condizioni della nostra finanza pubblica, ma perlomeno dovremmo avere quello che ci è stato tagliato. Un miliardo di euro consentirebbe all’università di ritornare agli standard precedenti che avevano comunque percentuali basse, ma almeno cominciamo a ragionare. E’ vero che noi italiani siamo bravi anche con pochi soldi ma facendo una dieta dimagrante eccessiva si muore. Io sognerei di avere i 27 miliardi della Germania, però mi accontenterei di avere il miliardo che ci è stato tolto. Servirebbe ad assumere i giovani ricercatori perché una università vecchia è un’università morta. Consentirebbe poi il ripristino degli scatti stipendiali e il sostegno del diritto allo studio.

Lei in un’intervista al Sole 24 ore ha detto che sarebbe necessario eliminare i vincoli burocratici acquistando più autonomia. Questo significa che l’università è fuori della Pa?

Non credo che la soluzione sia uscire dalla pubblica amministrazione che mi sembra più uno slogan che un’applicazione pratica. Penso però che l’università sia un comparto che ha le sue specificità. Due esempi: per le missioni geologiche o archeologiche, ci sono troppi vincoli oppure se esistono limiti agli straordinari, non posso aprire le aule o le biblioteche agli studenti. Noi bisogna garantire formazione e ricerca, non facciamo pratiche burocratiche.

Lei appena è stato eletto presidente della Crui ha parlato con il ministro dell’Istruzione Giannini, cosa le ha detto del futuro dell’università? Le ha dato rassicurazioni sul miliardo?

Non abbiamo parlato di quantità, ma il ministro mi ha assicurato che c’è un forte impegno anche da parte sua e di tutto il governo e dello stesso Renzi per dare risposte partendo dai giovani. Si è parlato di diecimila posti in modo da ristabilire la situazione precrisi e di far rientrare i giovani dall’estero. Si è parlato anche di interventi sul diritto allo studio e poi mi auguro investimenti nelle università, ripristino scatti e nuove tecnologie.

Lei è ben determinato a sfatare anche campagne che delegittimano lo studio universitario?

Si sono dette tante sciocchezze, ma tutti i dati dicono che una laurea è il miglior viatico per avere un posto di lavoro, è sempre stato così e continuerà ad essere così. Il fatto che la laurea non serve è un luogo comune. L’università è cambiata, c’è stato un ringiovanimento, i rettori hanno quasi tutti la mia età… I baroni? Ma dove stanno? Forse un tempo c’erano ma oggi si cercano con la lanterna. L’università è molto cambiata, bisogna dare fiducia a questa altra immagine che c’è. E si rafforza inserendo più giovani, più merito e qualità.

Left_cover_382015_low Su Left 38 in edicola dal 3 ottobre ci occupiamo di università, tagli alla sanità, elezioni in Spagna, governo Tsipras, intervistiamo lo scrittore svedese Bjorn Larsson e pubblichiamo un ricordo di Pietro Ingrao

 

 

@dona_Coccoli

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