Brian Eno si aggira tra gli archivi che furono di John Peel, tra i Dj radiofonici più importanti di sempre, e protagonista (post mortem) delle John Peel Lectures in diretta dalla British Library per onorare uno dei più grandi broadcaster britannici di tutti i tempi. Uno che ha sempre lavorato per la radio pubblica perché, come spiegava, .
Tanti sono stati infatti gli artisti e le band che nel corso dei quarant’anni di messa in onda del programma (1967-2004) hanno poi ricevuto, da appena conosciute che erano, la consacrazione al successo internazionale. Il format era semplice, ma geniale: Peel ospitava in trasmissione una band per un mini – concerto di quattro pezzi. Alcune avevano già un contratto o un singolo in uscita, altre avevano semplicemente mandato un demo-tape agli studi Bbc. Qualche nome? I Pink Floyd, Siouxsie and the Banshees, gli Smiths, i Pulp, Billy Bragg, i Joy Division, PJ Harvey. Molti di quei concerti in miniatura furono poi incisi su un disco su una collana dedicata.

E Brian Eno è lì che,  rispolvera i dischi che furono di John Peel e, nel mentre, in un lungo flusso di coscienza interrotto solo dalle canzoni, si racconta. Del resto lo stesso Eno è una delle pietre miliari della storia della musica: esordisce insieme a Robert Fripp, l’allora leader dei King Crimson,verso l’inizio degl anni ’70, ma senza mai apparire sul palco e rimanendo dietro il sintetizzatore, sua grande passione. Successivamente la collaborazione con Fripp diviene un vero e proprio sodalizio al punto che nascono album come No Pussyfooting, Evening Star e Taking Tiger Mountain, i quali hanno consacrato Eno al successo internazionale.

In seguito Eno cambia rotta e si abbandona a sonorità più evocative ed elettroniche, abbandonando il rock acido e distorto dei primi tempi e arrivando a capolavori come Before and After Science, album questo che lo rese un fenomeno raffinato e di massa al contempo. Evidenetemente però la musica non era sufficiente a Mr. Eno, non era abbastanza. Al punto che vestì anche i panni di produttore discografico, consegnando al successo star internazionali come David Bowie, il duca bianco, gli U2 e i Talking Heads, tanto per citarne alcuni. Negli ultimi anni la musica di Eno è cambiata completamente rispetto agli inizi: così come Violetta ne La Traviata di Verdi, Eno non canta più. Ormai già da qualche anno. E, polistrumentista eclettico quale è, si dedica esclusivamente alla musica strumentale e cosiddetta ambient.

E negli studi di John Peel gli sembra di rivivere il passato in una sorta di reverie a occhi aperti: si racconta, Eno, parla di sè, delle sue scoperte e dei suoi esordi. Della prima volta che ha ascoltato i Velvet Underground , e ciò avvenne proprio grazie alla trasmissione londinese di Peel «non avevo mai sentito una band come quella», racconta mentre mette su il vinile del celebre The Velvet Underground & Nico con I’m Waiting for the Man. «Non ricordo quando li sentii la prima volta. Dev’esser stato nell’agosto del 1967, e fu come un fulmine per me. A quei tempi nessuno passava la loro musica in Inghilterra.»

Ma Eno non manca di trascurare i tempi in cui si esibiva insieme a Robert Fripp in vesti decisamente più eccentriche di quelle attuali: capelli arancioni e pantaloni in spandex. Parliamo degli anni, appunto, di No Pussyfooting e di Evening Star, in cui già si intravedevano le influenze elettroniche e ambient a cui poi Eno sarebbe approdato più tardi.

Ed è proprio No Pussyfooting l’album al centro di un aneddoto che lo lega a Peel: «Quest’album conteneva due pezzi molto lunghi su ogni lato del disco. Peel lo mise su, ma al contrario» , racconta Eno facendosi una grand risata, e prosegue: «allora noi gli facemmo una casetta di venti minuti e gliela mandammo ma anche quella la mise all’indietro. Un intero album di venti minuti all’indietro. Durante la trasmissione, che stavo ascoltando, ho telefonato dicendo “Oddio, ma il mio disco è stato messo al contrario!”, ma la receptionist non mi credette. Un’ora e mezzo più tardi poi Peel mise su l’altro lato, anche quello all’indietro.». (qui la registrazione della trasmissione con No Pussyfooting al contrario)

Se parla di Peel, invece, Brian Eno torna serio: «Penso veramente che sia stato l’unica persona a quei tempi che ha capito che la popular music era anche qualcosa di serio, e non una sciocchezza per ragazzini. ». Va da sè l’importanza delle John Peel Sessions: sono state un luogo importantissimo dove la gente ha realmente potuto conoscersi e conoscere tanti generi musicali. «Erano veramente il centro di qualsiasi cosa ruotasse attorno alla musica». E continua: « E’ strano, John Peel mi è sempre piaciuto, l’ho solo incontrato varie volte, ma non si può dire che io l’abbia mai conosciuto veramente. Sento di averlo conosciuto molto meglio ora per quel che era come persona.» E noi non possiamo che essere d’accordo con lui.

Ma è un fiume in piena, Eno, e in quel guscio protetto che sono gli studi radiofonici di John Peel si lascia andare a considerazioni sull’arte e la cultura: «rappresentano un luogo protetto dove si ha la possibilità di provare sentimenti estremi, a volte anche pericolosi.», afferma con fermezza. «Costituiscono una sorta di “simulatore” nella vita delle persone, consentendo loro di uscir fuori dalla ragione. Penso che dobbiamo ripensare il modo in cui parliamo di cultura, – continua –  ripensare a cos’è e a che valore ha per noi. C’è invece molta confusione a riguardo.».

E ancora: «Viviamo in una cultura che sta cambiando in maniera così incredibilmente veloce» che ci sono più cambiamenti in un mese dei giorni nostri che nell’intero quattordicesimo secolo. «Dobbiamo trovare il modo di essere in sintonia fra di noi e di rimanere coerenti e – aggiunge – penso che sia proprio ciò che la cultura sta facendo per noi.». Mr. Eno parla infatti della cultura come un “insieme di rituali collettivi” ai quali ognuno può legarsi a modo suo. Il re dell’ambient poi non lesina di rivolgere critica all’attuale modalità, più o meno tacita, di pensare all’arte e alla cultura: secondo Eno, infatti, regna il primato della scienza e della tecnologia, «tutte cose con le quali mi trovo in perfetta sintonia e che mi interessano molto», ma che non possono essere ritenute come l’unico centro della cultura.

«C’è l’idea che sono solo quelle le cose importanti, che sono un ingranaggio fondamentale della macchina economica e che sono le uniche cose che hanno reso grande la Gran Bretagna.». E prosegue: Dall’altra parte, le arti, sono relegate a una sorta di nicchia, a un lusso di cui tu puoi godere solo dopo aver sgobbato di duro lavoro.». Mentre invece «penso che anche l’arte e la cultura vadano riconosciute come entità economiche».

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