Tutte le ragazze con una certa cultura non è solo la miglior serie web italiana premiata da pochissimo al Roma Web Fest è anche una piccola wunderkammer 2.0 dove, a colpi di citazione e oggetti di culto, si delinea il ritratto ironico e fedele di una generazione cresciuta a merendine, sushi, arte e precarietà. Un’immaginario colto eppure follemente pop, dove Leopardi ha potenzialmente lo stesso valore intellettuale di cartoni e telefilm. Esemplare il momento in cui Luca, il protagonista, discute con la sua “supercar” – non il multi accesseriato Kit della serie con David Hasselhoff, ma una vecchia 500 rossa – di cartoni giapponesi e controcultura. A pochi giorni dal successo del Roma Web Fest abbiamo fatto due chiacchiere con il regista Felice V. Bagnato.

Bene avete vinto il premio come migliore serie web. Soddisfatti?
La cosa che mi ha fatto piacere più dei premi, oltre al successo di pubblico ovviamente, è stato il successo di critica. Per prima cosa nessuno ne ha parlato male e già questo di per sè è un grande risultato, e poi ne hanno scritto davvero in tanti questa è una grandissima soddisfazione. Siamo stati recensiti addirittura su Liberation.

…Non male per un’autoproduzione. Come è nato Tutte le ragazze con una certa cultura?
Il progetto nasce nel 2008 quando Roberto Venturini, l’autore del soggetto, scrisse un racconto intitolato Tutte le ragazze con una certa cultura hanno appeso in camera un poster di un quadro di Schiele. Decisamente un titolo alla Wertmuller. Lo leggo e penso che è perfetto. Un racconto conciso, nato già cinematografico, i dialoghi sembravano fin da subito quasi sceneggiatura. Bisognava farne qualcosa…inizialmente penso a un cortometraggio, ma ormai era un genere che stava svanendo. Eri molto anni 90 se facevi un cortometraggio, cominciavano invece a prendere piede le serie. Il tempo passa e il progetto rimane lì nel cassetto, fino a che nel 2012, assieme a Roberto scriviamo una sceneggiatura, decidiamo insieme agli altri di produrre il primo episodio e vedere come viene…ed eccoci qui. La serie è uscita ufficialmente nel giugno 2014, ma continuerà a girare anche il prossimo anno perché siamo in finale al Berlino Web Festival.

Cosa significa distribuire il proprio prodotto su YouTube? Vale la pena?
Sicuramente YouTube offre una possibilità di visibilità ma ci può essere di meglio. Facebook per esempio. Con il passare del tempo infatti abbiamo notato che le visualizzazioni su facebook possono essere maggiori, in poche ora puoi essere visto da migliaia di persone. YouTube invece ormai è un contenitore in cui trovi qualsiasi cosa: dalla web serie ai gattini. In sostanza Facebook, per chi lavora nel nostro settore, sta diventando sempre di più quello che era YouTube all’inizio, mentre YouTube si ridurrà probabilmente a diventare una tv a pagamento con canali specifici votati a fare visualizzazioni e non qualità.
Dato che noi possediamo il prodotto perché darlo a qualcun altro che alla fine lo gestisce come faresti tu? Se alla fine non ottieni benefici meglio poter scegliere dove andare e cosa fare. Dovendo scegliere oggi probabilmente caricheremmo Tutte le ragazze con una certa cultura direttamente sul social di Zuckerberg.

Qual è lo spettatore ideale a cui puntavate all’inizio?
Lo spettatore tipo ovviamente è il trentenne “con una certa cultura”, insomma tanto per ritornare a quello che dicevamo prima: quello che trovi su Facebook, ma che in più sa essere autoironico, che capisce battute e riferimenti ma non si prende troppo sul serio o comunque è consapevole delle sue debolezze.

Quindi nonostante il titolo strizzi l’occhio “alle ragazze” puntavate ai ragazzi?
Sì, almeno all’inizio sì. Questa storia parte dal punto di vista maschile, quello di Luca che racconta la sua esperienza con un certo tipo di donna. Guarda caso, il tipo di ragazze frequentate dal protagonista si assomigliavano tutte, o meglio, lui tendeva a categorizzarle, a metter loro addosso delle etichette come sui barattoli, a trovare delle somiglianze che dopotutto non ci sono.

Somiglianze che sono ben definite dai gusti artistici.
Arte e cultura sono un po’ il fil rouge della serie. E, per il protagonista, una vera e propria ossessione. Addirittura nelle prime stesure Luca finiva per uccidere la compagna con un Argan. Un’aspirante critico d’arte che assomiglia molto al Patrick Bateman di American Psycho. Una delle opere citate nella serie è proprio quella di Bret Easton Ellis. All’epoca, quando uscì il libro, Ellis fu accusato di essere misogino e sessista, ma quello che faceva era semplicemente mostrare un punto di vista evidentemente distorto della realtà. In Tutte le ragazze con una certa cultura c’è una gran dose di ironia, ma questo è esattamente quello che accade a Luca. Il suo punto di vista non è mai quello corretto, piano piano lo spettatore capisce che è lui quello che sbaglia, che la sua versione delle cose non è quella corretta. E nell’arco narrativo alla fine è sempre Luca quello che fallisce. Non è un eroe, è un perdente e vince solo quando cambia: si taglia la barba e si leva tutte le sovrastrutture, i pregiudizi, con cui era solito analizzare la realtà.

 

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Una serie tutt’altro che maschilista quindi.
Già, avevamo anche pensato di mostrare in ogni puntata i fatti visti dal punto di vista di lei oltre che da quello di lui. In realtà ci siamo riusciti solo nel secondo episodio, perché diventava molto difficile. Nelle prime stesure i due dovevano addirittura uccidersi reciprocamente alla fine di ogni puntata e c’è un finale che non abbiamo mai montato dove in realtà era la protagonista a uccidere Luca. Poi però ci siamo normalizzati. (Ride divertito)

8 episodi di 8 minuti, un formato particolare ma che a quanto pare funziona.
Assolutamente sì, è abbastanza coerente con i tempi del web o meglio con i tempi che il nostro genere di prodotto richiede per funzionare bene sul web. Internet è un grande calderone, ci trovi cose realizzate appositamente per la rete, serie tv diffuse, più o meno legalmente, via streaming online, c’è lo youtuber che gioca su elementi diversi dalla fiction, ma che comunque produce dei contenuti seriali. Il punto quindi è che ogni cosa postata sul web ha un suo formato e un suo minutaggio specifico, dipende sempre da quello che fai, magari per una sketch comedy bastano 2 minuti e mezzo, mentre un documentario ha bisogno di mezz’ora e noi funzioniamo bene con 8.

Diciamolo: il web è anche questione di visibilità, un modo per mostrare comunque un prodotto a un pubblico ampio senza dover trovare qualcuno che ti distribuisca
Sicuramente se non ci fosse stato internet avremmo dovuto muoverci in modo tradizionale cercare un produttore che finanziasse, e che probabilmente non avrebbe finanziato il progetto per non rischiare, bussare molte porte con una possibilità remota di ottenere qualcosa. In questo senso il web ci ha aiutato a fare il primo passo e il percorso è molto più semplice: se hai voglia ci provi e se ci riesci magari vai avanti. In questo internet è molto democratico.

Il successo delle web series è stato tale che abbiamo visto alcuni prodotti pensati inizialmente per l’online sbarcare in tv. Penso a Il Candidato presentato all’interno di Ballarò come striscia comica a fine puntata.
Secondo me un ottimo esperimento e Ludovico Bessegato, il regista de Il Candidato, è un po’ un mito. Pensa che mentre giravamo “Tutte le ragazze” guardavo una sua serie sempre per web, eccezionale dal punto di vista narrativo e visivo, si chiamava “Le cose brutte” e pensavo che era un ottimo modello. Poi più in generale credo sia sempre più evidente che la televisione stia andando verso internet, è un momento di cambiamento totale per cui non ci sono molte certezze su cosa nello specifico accadrà, ma sicuramente la direzione è questa.

Progetti per il futuro?
Abbiamo raggranellato una discreta somma dopo aver vinto svariati premi in alcuni festival. Siamo rientrati di alcuni costi e ci è rimasto abbastanza per investire in una nuova produzione. Magari una seconda serie chissà.

 

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Intanto, se ancora non l’avete vista potete godervi la serie qui

 

@GioGolightly

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