Quante volte avete letto che Google, Apple, Amazon e mille altri gruppi con sedi in tutto il mondo non pagano le tasse? «Lacune e inadeguatezza delle attuali norme fiscali internazionali possono consentire ai profitti di “sparire” dallo sguardo delle autorità fiscali, o consentire lo spostamento dei profitti verso luoghi dove vengono tassati molto poco o non vengono tassati affatto. Se si escludono alcuni casi eclatanti, una parte di queste fughe dal fisco sono determinate dai sistemi fiscali stessi». Così si legge in un rapporto sull’elusione fiscale da parte delle multinazionali presentato oggi all’Ocse (BEPS 2015, final reports). Il testo continua: «Invece di fare investimenti per ragioni economiche, le aziende sono spesso tentate a fare investimenti solo per motivi fiscali, scelte che portano a un’allocazione inefficiente delle risorse».

 

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(Quanto pagano di tasse in Gran Bretagna questi grandi gruppi? Non molto: da 0% a 0,57%)

Di cosa parla l’Ocse? Delle tasse che i grandi gruppi industriali e delle finanza riescono a evitare di pagare surfando tra le pieghe delle regole internazionali e spostando capitali e sedi nei luoghi in cui si paga o si paga meno. L’Organizzazione per la cooperazione economica e lo sviluppo parla di mancate entrate fiscali che si stimano tra il 4 e il 10% del totale delle tasse pagate nel mondo (100-240 miliardi dollari l’anno). Ma nel rapporto si legge che si tratta di stime al ribasso. In tempi di austerità e taglio alla spesa sono risorse che farebbero molto comodo agli Stati.

Sarà stata la crisi esplosa nel 2008 e la enorme perdita di prestigio di banche, imprese finanziarie e multinazionali, sarà l’opinione pubblica che è stanca di vedere i profitti fuggire all’estero, ma l’Ocse e il G20 stanno cercando di mettere a punto un sistema che consenta di recuperare agli Stati quelle entrate fiscali mai pagate. Non sarà facile. Ma certo il tema è cruciale, per i sistemi fiscali (che sono sempre più dipendenti dalle tasse sulle entrate delle persone) e per una migliore allocazione delle risorse (leggi investimenti produttivi).

In un processo lungo due anni e fatto di molte consultazioni e mediazioni, gli esperti Ocse hanno preparato un pacchetto che punta a risolvere questa questione, introducendo standard internazionali e promuovendo la cooperazione tra Stati (ovvero includendo queste nuove regole nei trattati fiscali bilaterali tra gli Stati). Le compagnie che usano i buchi dei sistemi fiscali e le possibilità dell’economia digitale per muovere sedi e fondi non potranno più approfittare di benefici fiscali se poi porteranno i profitti in un luogo diverso rispetto a quello dove producono. E dovranno produrre un rapporto annuale che includa tutte le loro attività Stato per Stato. Un altro luogo del delitto sono i trasferimenti di fondi (magari per vendita di servizi) tra un marchio e un altro all’interno della stessa multinazionale: se il gruppo A con sede in un Paese vende servizi al gruppo B che ha sede in un Paese dove le tasse sono più alte, ed entrambi appartengono alla stessa multinazionale, il gruppo A farà profitti con i soldi di B e la multinazionale nel suo complesso pagherà meno tasse. Anche per questo tipo di pratiche si prevedono standard e regole internazionali.

Serviranno le regole? Un po’, ma non molto. Le reti e campagne che fanno da watchdogs sul tema delle tasse internazionali hanno commentato sostenendo che il piano Ocse è una grande novità ma non è abbastanza coraggioso da cambiare le cose oltre una certa misura.

«È deludente che l’Ocse non abbia affrontato il modo in cui le norme fiscali trattano le varie filiali di multinazionali come se fossero semplicemente gruppi diversi l’uno dall’altro. È questo il difetto centrale che consente alle multinazionali di sfruttare il sistema fiscale internazionale» si legge nel comunicato diffuso da Tax Justice Network.

Drastico anche il giudizio di EuroDad European Network on Debt and Developement«Ora che vediamo il quadro completo di ciò che il processo dell’Ocse sulle tasse produrrà, sappiamo che non riuscirà a raggiungere l’obiettivo dichiarato di garantire che le multinazionali paghino le tasse  nei luoghi dove creano valore». Le Ong e le campagne sostengono che le regole proposte sono troppo complicate e difficili da applicare. Ed è proprio nei buchi e nella complessità dei regolamenti che commercialisti e strateghi fiscali delle multinazionali hanno trovato negli anni il modo di non pagare le tasse laddove fanno profitti.

 

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