I titoli di molti giornali e media italiani e stranieri di ieri parlavano di una vittoria dell’austerity nelle elezioni portoghesi. In effetti la coalizione di centrodestra guidata da Passos Coelho ha vinto le elezioni.  E’ un ottimo risultato ma è condizionato da due fattori: il Partito socialista è quello che era al governo nel momento in cui la crisi è esplosa (come il Labour in Gran Bretagna e il Psoe in Spagna) e paga ancora le conseguenze di quella gestione; il premier socialista dell’epoca, Socrates, è appena uscito dal carcere, dove era finito per questioni di corruzione. I due fattori non hanno aiutato il partito oggi guidato da Antonio Costa, che pure ha guadagnato 4 punti. I risutati – non ancora proclamati – sono quelli rappresentati nella tabella della commissione elettorale portoghese.

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La lettura è semplice: la coalizione di governo perde circa 14 punti percentuali, i socialisti ne guadagnano 4 e la sinistra, divisa in due, 5. La coalizione uscente non ha una maggioranza, l’opposizione alla sua sinistra guadagna 21 seggi.

L’idea quindi che il voto portoghese sia una promozione dei pacchetti imposti da Bruxelles è quindi un po’ fuori fuoco. Del resto la povertà è al 20%, il Paese ha perso quasi mezzo milione di persone emigrate in quattro anni e da quando il Pil è tornato con il segno più non ha mai superato l’1,5% di crescita, che non serve a recuperare il baratro degli anni precedenti. Anche nel Paese iberico serviranno molti anni per tornare al pre-crisi, difficile sostenere che l’austerity abbia pagato. Cosa mancava al Portogallo? Un’alternativa reale e al contempo credibile, probabilmente.

Anche in Spagna, dove si vota il 20 dicembre, si dice che Rajoy potrebbe tornare a vincere le elezioni. Si dirà anche in quel caso che il voto è un successo le politiche di austerity? La verità è che i sondaggi spagnoli di queste settimane danno i numeri – ce n’è persino qualcuno che assegna la vitttoria relativa ai socialisti. E che anche nel caso in cui Rajoy finisse in testa, il voto sarebbe molto anti austerity e anti classe dirigente tradizionale. Anche qui infatti tra socialisti, Podemos e Ciudadanos ci sarebbe un risultato intorno al 60% – a cui vanno aggiunte le forze localiste, spesso di sinistra. Altra certezza: i due partiti che alternandosi hanno guidato la Spagna dalla morte di Franco a oggi, perderebbero voti rispetto alle elezioni del 2011. Tra l’altro Rajoy, che si avvicina alle elezioni, è sotto la lente di Bruxelles per i mancati tagli e un deficiti più alto di quanto promesso.

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(La media dei sondaggi al 4 ottobre, negli ultimi due effettuati Ciudadanos sopra Podemos)

Intanto in Gran Bretagna Corbyn ha vinto la battaglia per la leadersip laburista e gli scozzesi (anti-austerity) dello Scottish National Party hanno fatto il pieno alle ultime elezioni. Due segnali ai quali si accompagna però la vittoria per Cameron nel voto di maggio. E in Francia la promessa mancata di Hollande di rompere con l’austerity alimenta i consensi al Front National e ai repubblicani di Sarkozy.

Ogni Paese europeo ha le sue forze politiche e le sue vicende interne diverse. E i suoi guai. Se c’è una certezza, è che, da Orban alla destra danese, da Podemos al Bloco de Esquerda portoghese, a crescere nei consensi in giro per il vecchio continente sono le forze fuori dalla grande coalizione che ha costruito l’Europa (socialisti/popolari/liberali). Che poi le socialdemocrazie non abbiano saputo dare un’alternativa credibile ai partiti popolari e conservatori non è una sorpresa. E’ per questo che alcuni partiti vincono nonostante tutto. Lo ha scritto bene Walter Munchau sul Financial Times una decina di giorni in un articolo mlto ripreso anche in Italia:

Lo spostamento a destra (delle socialdemocrazie) ha funzionato, inizialmente. Ha portato alle vittorie di Tony Blair in Inghilterra nel 1997 e di Gerhard Schröder in Germania nel 1998. Blair venne rieletto due volte; Schröder una. Queste vittorie hanno creato lo stereotipo ancor oggi in voga fra i dirigenti politici di centrosinistra: quello secondo cui si possono vincere le elezioni solo su posizioni di centro.
Poi sono arrivate le crisi finanziarie e politiche (…) Dopo aver abbandonato i tradizionali strumenti di gestione della politica macroeconomica, il centrosinistra era rimasto privo di alternative. Così, quando la crisi del capitalismo globale ha offerto un’occasione da non perdere, i suoi leader non hanno saputo coglierla. Hanno salvato le banche, invece di nazionalizzare. Hanno imposto l’austerità. Non avevano nulla di originale da dire.

Il tema è questo. L’alternativa di governo a sinistra non ha idee e non si presenta come un cambiamento. Per questo i partiti popolari al potere arrivano primi alle elezioni nonostante abbiano imposto pacchetti di austerity. E per questo quei partiti di sinistra non associati alle politiche di austerity, ma anche capaci di guardare al futuro, prendono molti voti. Ma da qui a dire che con le vittorie come quella del governo portoghese lo scenario è cambiato e si torna al business as usual nel quale le grandi famiglie politiche europee riprendono il centro della scena da sole, ce ne passa. Magari sarebbe anche rassicurante (specie guardando alla Francia), ma non è così: il panorama politico europeo è destinato a rimanere instabile per qualche tempo.

@minomazz

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