Il Fondo Monetario rivede al ribasso le sue previsioni di crescita per l’anno in corso e mette in guardia da rischi di stagnazione. Nel World Economic Outlook pubblicato oggi, infatti, la crescita mondiale per il 2015 si parla di una crescita al 3,1%, 0,2% in meno di quanto previsto nel luglio scorso e 0,3% in meno dello scorso anno e, questo è il dato preoccupante, numero più basso dall’inizio della lenta ripresa mondiale dopo nel 2009.

A rendere complicata la situazione il pesante rallentamento delle grandi economie emergenti. Nella presentazione del rapporto si legge:
«Si prevede un rallentamento per il quinto anno consecutivo dell’attività nei mercati emergenti e in via di sviluppo», specie per alcune grandi economie e per gli esportatori di petrolio. «In un contesto di calo dei prezzi delle materie prime, di flussi di capitale ridotti e di pressioni sulle valute dei Paesi emergenti, e con l’aumento della volatilità dei mercati finanziari, i rischi di rallentamento dell’economia crescono, in particolare per i mercati emergenti e in via di sviluppo».

I Paesi che in questi anni hanno trainato l’economia mondiale con la loro crescita sostenuta continuano a rallentare, conseguenze anche per l’export dei Paesi sviluppati. In generale, «i rischi al ribasso per l’economia mondiale appaiono più pronunciato di quanto hanno fatto solo pochi mesi fa».

Il World Economic Outlook prevede che gli Stati Uniti avranno la più forte crescita tra i Paesi del G7 sia nel 2015 che nel 2016 (rispettivamente 2,6% e 2,8%), al secondo posto la Gran Bretagna. Nessun’altro, nel G7 – Germania, Francia, Italia, Giappone e Canada – secondo il Fondo Monetario, arriverà a una crescita del 2%. Non nel 2015 e neppure nel 2016.

E l’Italia? Male grazie. Nella tabella qui sotto si può notare come il nostro Paese – nella realtà  e in previsione – sia quello che va peggio degli altri. Peggio della Francia, della Spagna e della Germania (+0,8% nel 2015, 1,3% nel 2016), numeri che difficilmente riusciranno a restituire dinamicità a un mercato del lavoro che, fatte salve le assunzioni dovute al Jobs Act, che difficilmente creano nuovo lavoro, ma semmai lo stabilizzano, ha bisogno di milioni di posti.
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